Questo è l'ultimo dei vizi capitali di Leonardo Mazza, abbiamo voluto pubblicarli, per far conoscere a tanti, ma soprattutto ai bocchiglieresi questo personaggio straordinario che nel 1800 scriveva in questo modo.
Buona lettura.
Accidia
Ultimo a dir dei sette capitali
Vizii, che in questo di miseria albergo
Ancora infetta il cuore dei mortali,
Accidia è desso, a cui non forma usbergo
Della solerzia la virtude attiva,
Onde i corifei suoi nel fango immergo.
E' l 'alma di costor di vita priva,
O quale pianta a vegetar sol nata,
All 'impulso del senso si ravviva.
E' un alma accidiosa al mal niegata,
Ed è per fare il ben 'ella incapace,
Onde nell 'ozio vive abbandonata.
Sia che si freme in guerra, o gode in pace
Poco sen cale, dall 'accidia infetto,
Spirito codardo a nulla far capace ;
Della virtù non sent 'egli l 'affetto,
Nè il vizio abborre ancora, onde un macigno,
Di vita privo, rassomiglia il petto.
Drizza lo sguardo, ahimè ! con viso arcigno
Verso gli onesti a fare il bene intenti,
Ed i codardi poi guarda benigno.
Sempre nell 'ozio scorrono i momenti
Di queste accidiose alme codarde
Prive di duol di speme, e di contenti
D 'accidioso in petto amor non arde
Di gloria onesta, che fa l 'uomo ardito,
E spinge alla virtù l 'alme infingarde.
A lui nel nulla immerso ed avvilito,
" Di te memoria non avrò giammai ! "
Scrive la Fama coll 'eterno dito:
S 'eclisseranno della vita i rai,
E su la tomba tenebrosa e muta
Il disprezzo e l 'oblio da tutti avrai.
Accidia ogni voler dell 'uomo attuta,
E a lui toglindo il cuore, e la ragione,
In insensata pianta lo trasmuta.
Ei privo e di pensiero, d' azione
Vive qual bruto a vegetar sol nato,
E all 'ombra d 'ignoranza andar carpone,
Vedi quel Prence, che sul trono aurato
Altier seduto, sonnacchioso il freno
Del suo governo ai confidenti ha dato?
Ed ei di un ozio vergognoso in seno
Vive, qual uom, cui nulla cura preme,
Onde il tempo per lui scorrer sereno?
In lui germoglia dell 'accidia il seme;
Sicchè dall 'ozio vinto, e non curanza
Egli a sè stesso è di gran peso, e geme.
Spesso di accidia senton la possanza
Pigri Ministri e sordi Magistrati
Grandi soltanto in ostentar baldanza.
Ecco li veggio sul Divan sdraiati
Fumar di Avana i sigari odorosi,
E degli oppressi non curare i piati.
E dall 'accidia fatti sonnacchiosi
Molti Prelati veggio, e sacerdoti,
Soltanto in arricchir fatti bramosi :
Della pigrizia fatti, ahimè ! devoti
Lascian di Dio l 'altare in abbandono,
E volgon sempre al Nulla i loro voti.
Da questo vizio ancora infetti sono
Dei Frati immersi in odorosa broda,
Di popolar pietà funesto dono !
Chi mai di questi la infingarda loda
Vita, che inutil scorre in questa terra
Ed all 'infamia poscia si rannoda?
V 'ha chi dall 'ozio vinto si rinserra
Nei sacri chiostri onde menar la vita
Luingi dal mondo, e con sè stesso in guerra.
Sicchè una ciurma inutile stordita,
Veggiam di frati ed eremiti e suore,
Solo nell 'ozio immersa ed avvilita .
Questi codardi, che non hanno cuore,
Hanno obliato, che il figliuol di Dio
Facendo il bene in su la croce muore.
Chi per oprar non sente in cuor desio,
E volge intorono timorso il guardo,
Degno è soltanto dell 'etern 'oblio
V 'è chi si avanza poi con passo tardo
Nell 'angusto sentier della virtude:
Ove non giunge mai cuore infingardo.
E con l 'ipocrisia il volgo illude
Quando lo vede fare il collo torto,
Falso segnal di chi pietà non chiude.
Quell 'avvocato, che nell 'ozio assorto,
Lasciando i libri polverosi e muti,
Nella pigrizia trova il suo conforto,
Vede i clienti suoi mesti abbattuti
Piatire invano, e dimandar difesa,
Quando i lor dritti veggono perduti ;
Figlio di accidia è desso, al quale pesa
Leggere i fogli dell 'umano dritto,
Del jus delle genti, o della Chiesa.
Ond 'ei di Modestin sprezza lo scritto
Di Paolo, di Pomponio, egli non cura,
E il Codice osservar tiene a delitto ;
Sicchè del suo cliente la sventura
Poco gli preme, e tristo l 'abbandona
Gemente in fondo di prigione oscura,
E l 'ignorante popolo canzona
Quel verboso dottor di medicina
Che il tutto sprezza e vive alla carlona .
Onesto adorator di Libitina
Vende sue ciarle a stupida plebaglia
Nei trivii, e nei quadrivii ogni mattina .
A Galieno, o Ippocrate si agguaglia,
E disprezzando i suoi colleghi ei tenta
Far che la fama sua nel Cielo saglia
Vana lusinga !Non chi gloria ostenta,
E' degno della gloria, e non è dotto
Chi solo al volgo il suo saper comenta .
Solo nell 'ozio viv 'egli corrotto,
E disdegnando i libri, a tutti mostra
Esser da impuro vizio il cor sedotto .
Quindi, ( sventura della stirpe nostra ! )
Ognun d 'innanzi a bestia petulante,
Onde farsi scannar la fronte prostra .
Un farmacista pigro ed arrogante
E' un braccio del dottor, onde con esso
Mandare all 'Orco il popolo ignorante .
Dalla pigrizi 'ancor veggiam 'oppresso
Quell 'indolente stupido notaio,
Inutile pel mondo, e per sè stesso.
Arruginito ei tiene il calamaio,
E non facendo un istrumento all 'anno,
Solo dell 'ozio egli è maestro ed aio.
Lungo le vie girovagando vanno
Quegl 'insensati giovani studenti,
Cui son di peso i libri, eppur di affanno.
Spensierati li veggio, ed insolenti
Fare la corte alle bellezze infide
Di giovinette scaltre, seducenti.
Ognun di questi del maestro ride,
Sprezza lo studio come inutil cosa ;
E leggi e medicina egli deride.
Nell 'ozio egli soltanto si riposa,
E caccia, fumo e donne da bordello
Sono i pensieri dell 'alma accidiosa,
Ahi serva Italia di dolore ostello !
Vedi, l 'accidia i figli tuoi consuma,
E invan li desti a glorioso appello !
Dove ne andàro i tempi del Re Numa !
Dei Fabii, dei Camilli, e Scipioni?
Disprezzator della tedesca bruma?
Dove gli Ortenzii, i Giulii, Ciceroni?
I Ludovici ; e Pellici, gli Alfieri?
Dove i Parini, i Danti, e i Goldoni?
Son già mutati i tempi, ed i pensieri !
Inerzia è sol di noi crudo martìro :
E il genio è spento degli Eroi primieri.
Non più di gloria in cor sentiam desiro ;
Solo viviam di grandi ricordanze,
Guardando i tempi, che per noi spariro.
Oh d 'alme vili stupide jattanza !
Chè giova ricordar merti degli avi,
Se i nostri merti son cieche ingoranze?
I nostri artisti ancor son fatt 'ignavi,
Onde li veggio inerti, e vagabondi
Volgere al Nulla gl 'intelletti pravi :
E di fanciulle i lupanari immondi
Pieni veggiam, per far turpe mercato
Dell 'onestà con att 'inverecondi.
Che più dirò? Dall 'ozio ogni peccato !
Perciò quegli, che a lui la fronte abbassa
Porta d 'infamie il cor sempre macchiato :
Onde di lui diciam : Guardalo e passa !
Buona lettura.
Accidia
Ultimo a dir dei sette capitali
Vizii, che in questo di miseria albergo
Ancora infetta il cuore dei mortali,
Accidia è desso, a cui non forma usbergo
Della solerzia la virtude attiva,
Onde i corifei suoi nel fango immergo.
E' l 'alma di costor di vita priva,
O quale pianta a vegetar sol nata,
All 'impulso del senso si ravviva.
E' un alma accidiosa al mal niegata,
Ed è per fare il ben 'ella incapace,
Onde nell 'ozio vive abbandonata.
Sia che si freme in guerra, o gode in pace
Poco sen cale, dall 'accidia infetto,
Spirito codardo a nulla far capace ;
Della virtù non sent 'egli l 'affetto,
Nè il vizio abborre ancora, onde un macigno,
Di vita privo, rassomiglia il petto.
Drizza lo sguardo, ahimè ! con viso arcigno
Verso gli onesti a fare il bene intenti,
Ed i codardi poi guarda benigno.
Sempre nell 'ozio scorrono i momenti
Di queste accidiose alme codarde
Prive di duol di speme, e di contenti
D 'accidioso in petto amor non arde
Di gloria onesta, che fa l 'uomo ardito,
E spinge alla virtù l 'alme infingarde.
A lui nel nulla immerso ed avvilito,
" Di te memoria non avrò giammai ! "
Scrive la Fama coll 'eterno dito:
S 'eclisseranno della vita i rai,
E su la tomba tenebrosa e muta
Il disprezzo e l 'oblio da tutti avrai.
Accidia ogni voler dell 'uomo attuta,
E a lui toglindo il cuore, e la ragione,
In insensata pianta lo trasmuta.
Ei privo e di pensiero, d' azione
Vive qual bruto a vegetar sol nato,
E all 'ombra d 'ignoranza andar carpone,
Vedi quel Prence, che sul trono aurato
Altier seduto, sonnacchioso il freno
Del suo governo ai confidenti ha dato?
Ed ei di un ozio vergognoso in seno
Vive, qual uom, cui nulla cura preme,
Onde il tempo per lui scorrer sereno?
In lui germoglia dell 'accidia il seme;
Sicchè dall 'ozio vinto, e non curanza
Egli a sè stesso è di gran peso, e geme.
Spesso di accidia senton la possanza
Pigri Ministri e sordi Magistrati
Grandi soltanto in ostentar baldanza.
Ecco li veggio sul Divan sdraiati
Fumar di Avana i sigari odorosi,
E degli oppressi non curare i piati.
E dall 'accidia fatti sonnacchiosi
Molti Prelati veggio, e sacerdoti,
Soltanto in arricchir fatti bramosi :
Della pigrizia fatti, ahimè ! devoti
Lascian di Dio l 'altare in abbandono,
E volgon sempre al Nulla i loro voti.
Da questo vizio ancora infetti sono
Dei Frati immersi in odorosa broda,
Di popolar pietà funesto dono !
Chi mai di questi la infingarda loda
Vita, che inutil scorre in questa terra
Ed all 'infamia poscia si rannoda?
V 'ha chi dall 'ozio vinto si rinserra
Nei sacri chiostri onde menar la vita
Luingi dal mondo, e con sè stesso in guerra.
Sicchè una ciurma inutile stordita,
Veggiam di frati ed eremiti e suore,
Solo nell 'ozio immersa ed avvilita .
Questi codardi, che non hanno cuore,
Hanno obliato, che il figliuol di Dio
Facendo il bene in su la croce muore.
Chi per oprar non sente in cuor desio,
E volge intorono timorso il guardo,
Degno è soltanto dell 'etern 'oblio
V 'è chi si avanza poi con passo tardo
Nell 'angusto sentier della virtude:
Ove non giunge mai cuore infingardo.
E con l 'ipocrisia il volgo illude
Quando lo vede fare il collo torto,
Falso segnal di chi pietà non chiude.
Quell 'avvocato, che nell 'ozio assorto,
Lasciando i libri polverosi e muti,
Nella pigrizia trova il suo conforto,
Vede i clienti suoi mesti abbattuti
Piatire invano, e dimandar difesa,
Quando i lor dritti veggono perduti ;
Figlio di accidia è desso, al quale pesa
Leggere i fogli dell 'umano dritto,
Del jus delle genti, o della Chiesa.
Ond 'ei di Modestin sprezza lo scritto
Di Paolo, di Pomponio, egli non cura,
E il Codice osservar tiene a delitto ;
Sicchè del suo cliente la sventura
Poco gli preme, e tristo l 'abbandona
Gemente in fondo di prigione oscura,
E l 'ignorante popolo canzona
Quel verboso dottor di medicina
Che il tutto sprezza e vive alla carlona .
Onesto adorator di Libitina
Vende sue ciarle a stupida plebaglia
Nei trivii, e nei quadrivii ogni mattina .
A Galieno, o Ippocrate si agguaglia,
E disprezzando i suoi colleghi ei tenta
Far che la fama sua nel Cielo saglia
Vana lusinga !Non chi gloria ostenta,
E' degno della gloria, e non è dotto
Chi solo al volgo il suo saper comenta .
Solo nell 'ozio viv 'egli corrotto,
E disdegnando i libri, a tutti mostra
Esser da impuro vizio il cor sedotto .
Quindi, ( sventura della stirpe nostra ! )
Ognun d 'innanzi a bestia petulante,
Onde farsi scannar la fronte prostra .
Un farmacista pigro ed arrogante
E' un braccio del dottor, onde con esso
Mandare all 'Orco il popolo ignorante .
Dalla pigrizi 'ancor veggiam 'oppresso
Quell 'indolente stupido notaio,
Inutile pel mondo, e per sè stesso.
Arruginito ei tiene il calamaio,
E non facendo un istrumento all 'anno,
Solo dell 'ozio egli è maestro ed aio.
Lungo le vie girovagando vanno
Quegl 'insensati giovani studenti,
Cui son di peso i libri, eppur di affanno.
Spensierati li veggio, ed insolenti
Fare la corte alle bellezze infide
Di giovinette scaltre, seducenti.
Ognun di questi del maestro ride,
Sprezza lo studio come inutil cosa ;
E leggi e medicina egli deride.
Nell 'ozio egli soltanto si riposa,
E caccia, fumo e donne da bordello
Sono i pensieri dell 'alma accidiosa,
Ahi serva Italia di dolore ostello !
Vedi, l 'accidia i figli tuoi consuma,
E invan li desti a glorioso appello !
Dove ne andàro i tempi del Re Numa !
Dei Fabii, dei Camilli, e Scipioni?
Disprezzator della tedesca bruma?
Dove gli Ortenzii, i Giulii, Ciceroni?
I Ludovici ; e Pellici, gli Alfieri?
Dove i Parini, i Danti, e i Goldoni?
Son già mutati i tempi, ed i pensieri !
Inerzia è sol di noi crudo martìro :
E il genio è spento degli Eroi primieri.
Non più di gloria in cor sentiam desiro ;
Solo viviam di grandi ricordanze,
Guardando i tempi, che per noi spariro.
Oh d 'alme vili stupide jattanza !
Chè giova ricordar merti degli avi,
Se i nostri merti son cieche ingoranze?
I nostri artisti ancor son fatt 'ignavi,
Onde li veggio inerti, e vagabondi
Volgere al Nulla gl 'intelletti pravi :
E di fanciulle i lupanari immondi
Pieni veggiam, per far turpe mercato
Dell 'onestà con att 'inverecondi.
Che più dirò? Dall 'ozio ogni peccato !
Perciò quegli, che a lui la fronte abbassa
Porta d 'infamie il cor sempre macchiato :
Onde di lui diciam : Guardalo e passa !
...e ci siete riusciti!
RispondiEliminaNon conoscevo, infatti, questo grande personaggio.
Buon fine settimana, Piero
...é bello leggerlo a voce...
RispondiEliminagrazie Piero...
sereno week end in Armonia ed Emozione..
un abbraccio..
dandelìon
Un uomo notevole che scrive versi bellissimi, va conosciuto.
RispondiEliminaComplimenti all'autore e alla trascrittrice.
Felice settimana
Sereno Natale caro Piero. A te e alla tua famiglia...
RispondiEliminaAuguri per un Natale ricco di gioia, caldo, sereno e con tanti sorrisi.
RispondiEliminaAuguri a te e ai tuoi cari, con affetto e stima, minu
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RispondiEliminaparagraph is truly fruitful in favor of me, keep up posting these content.
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