Oggi 2 Dicembre 2011, tu mamma compi 84 anni, cosa augurarti, felici gli anni avvenire, e che tu possa viverli in serenità, pace e salute. Ma volevo approfittare di questa occasione per ringraziarti per tutto quello che hai fatto per noi... mi ricordo quando al mattino ci svegliavi, a Parma ,per andare a scuola e tu, libera, potevi ricamare i tuoi meravigliosi maglioni d'ancora, che andavano anche in America. Avevano un difetto quei meravigliosi maglioni; odoravano di frittura, per che tu, durante una pausa correvi in cucina per preparare la cena, e spesso friggevi. Poi al mercato di via M. d'Azeglio, a Parma, ti chiamavano "la napoletana" o Anna Magnani. ricordi bellissimi con una mamma meravigliosa, la più bella del mondo. Grazie ancora mamma!!!!!
02/12/11
30/11/11
Grazie!
Ci ha srcitto una insegnante italiana che insegna ad Oxford, http://www.ox.ac.uk/ bellissimo, ma la cosa per la quale ci ha scritto ci riempie tutti di gioia, di una gioia incontenibile, ed è per questo che vogliamo condividerla con voi. L'insegnante ci ha chiesto se può farci delle domande inerenti il dialetto calabrese, e vorrebbe due copie del sostantivo dialettale calabrese che stiamo per pubblicare. Questi quaderni, sul sostantivo calabrese di Giuseppe Scafoglio, sono stati pubblicati moltissimi anni fa, il primo nel 1928 e l'ultimo, sono quattro, nel 1931, siamo riusciti a recuperarli tutti e a pubblicarli insieme, e ancora interessano. Ma torniamo all'insegnante di Oxford, che noi ringraziamo pubblicamente e siamo a completa disposizione, dell'Università di Oxford, come lo siamo stati con l'Università di Salerno. La cultura e la ricerca non hanno confini!. Siamo fieri ed orgogliosi di queste cose, uno dei motivi fondanti di questo blog, per le nostre radici, per la valorizzazione delle intelligenze che sono state dimenticate e la continua ricerca delle propie radici per essere certi da dove veniamo, e quindi certi di sapere dove andiamo.
28/11/11
L' INVIDIA 6° di Leonardo Mazza
Abbiamo voluto, viste le richieste, continuare a pubblicare i vizi capitali di Leonardo Mazza da Bocchigliero, questi ci auguriamo che presto vengano pubblicati insieme a tutta l'opera del Mazza, che riteniamo un personaggio che deve essere conosciuto.........e Oltre.
Buona lettura.
L' Invidia
Qual ' orrida infernal Furia, che freme,
Lividi gli occhi, e scarmigliato il crine
Ed in sè stessa incrudelendo, geme :
Tale veggiam di triboli e spine :
Su letto assisa Invidia, che soltanto
Di bieca altri guardar perverso ha fine,
Ella gioisce allor che in lutto e pianto
Vede la stirpe umana, e si rattrista
Quando la vede immersa in gioia e canto .
Onde guardar nel bene altrui, la vista
Tiene qual Argo, o Linge favolosa :
Freme se onor grandezze altri acquista .
Chi è mai quegli, che torbida e rugosa
Mostra la fronte, con sogghigno amaro
La gira intorno cupa, e sospettosa ?
E' un invido peggior del tristo avaro,
Che di sè stesso fattosi tiranno,
Tiene degli altri il ben sempre a discaro .
Figlia nel Ciel del perfido Satanno
Scese l 'invidia giù nel basso inferno,
Donde al figiuol dell 'uom recò suo danno .
Bieca sul trono assiso ella il Superno
Nume guatava, e di furore armata
Balzar già lo volea dal soglio eterno.
Oh vana impresa ! Dal Signor scacciata
Giù si travolge rotolando, e seco
Porta la sua infernal rabbia spietata .
Sul Nifate la veggio assisa un bieco
Sguardo fissare su la stirpe umana,
E furibonda dire : Io sarò teco .
Quindi varcò la interminabil vana
Region del Cielo, e l 'albero fatale
Tocco restò dalla sua man profana .
Allor gigante su la terra il male
Stese le braccie, e l 'inesperto Adamo
Fece la stirpe sua trista e mortale .
Miseri noi ! Che circondati siamo
Dai vizii di Satan, del male amico,
A cui d 'impuro cor voti porgiamo .
Per lui, con volto pallido, impudico,
Venne fra noi l 'invidia, e l 'uman cuore
Tocco da lei si fè del ben nemico .
Quegli, che vive in mezzo allo splendore
Di grandi onori, lacerar si sente
In petto, e mostra in fronte il suo livore,
Quando i germogli di più bassa gente
Vede inalzati ad onorato seggio .
Dove non siede mai vile pezzente :
Solingo e malinconico lo veggio
Morders' il labbro, ed aggrizzare il naso,
Livido il volto, bieco il guardo, e peggio
Falso principio il cuore umano invaso
Ha nel presente secolo corrotto,
In cui spezzato è di Pandora il vaso :
E, che nel seggio degli onor condotto
Sia quei soltanto, a cui di nobil schiatta
Blù scorre il sangue, od ignorante o dotto .
E l 'altra gente, che a virtude è fatta,
Languisca nel disprezzo, e nell 'oblio,
Siccome belva, che vil fango imbratta .
Stolti che siete ! Stolto ancor desio
Nutrite in cor, se avete la baldanza
Credervi figli, oibò ! d 'un altro Dio .
Oh la patrizia, stupida jattanza !
Credon che sia soltanto la grandezza
Annessa dei natali all 'arroganza :
E l 'umil plebe, che il patrizio sprezza,
Nata nel basso, vi si alligni, e mai
Osi aspirar dei nobili all 'altezza .
Vana lusinga ! Son mutati assai
Ora i costumi, i tempi, ed è patrizio
Quei, che virtude non oblia giammai .
E' già sparito delle Coste il vizio ;
Chè la virtù nobilita i plebei,
E il nobile corrotto il fa novizio .
Veggiam perversi, invidiosi e rei,
Quei grandi, che dell 'oro, dell 'argento
Gl 'idoli han fatto, e gl 'insensati Dei :
Vogliono sempre in vergognoso stento
Veder la plebe, nei sudori onesta,
Acciò drizzi su loro il guardo intento .
Vogliono sempre timida, e modesta
Vederla innanzi ad essa umiliata,
Acciò non alzi l 'orgogliosa testa .
Sicchè se veggon di costei mutata
Fortuna, che tramuta li ben vani,
Paventa di costor l 'alma spietata .
Mutano spesso gli splendor mandani,
Distribuendo egualmente la luce,
Che rende sciocchi gl 'intelletti umani .
E' la Fortuna un 'incostante duce,
Che or nei buoni, or negli avversi eventi
Prende l 'uomo per mano, e lo conduce .
Quindi veggiamo i Grandi e gli opulenti,
Oggi sedere nei gemmati scanni,
E la dimane andar quali pezzenti :
E i poveri, che vivono tra gli affanni
Di perigliose orribili fatiche,
Mutano sorte col mutar degli anni .
Son tutte nell 'oblio le schiatte antiche,
E di Marchesi, Principi, e Baroni,
Su le torri veggiam nate le ortiche :
Onde di nuove stirpi ecco i Blasoni
Ecco dal volgo uscir nuova ciurmaglia
Di Prenci, e Cavalier senza speroni .
Ma che ? Del volgo la grandezza abbaglia,
Onde i Potenti sprezzatore un riso
Volgon sovr 'esso ; acciò alto non saglia .
Vedi ; quel vile si abbellisce il viso !
Quegli si adorna di abiti galanti !
Dicon tra loro con il cuor sonquiso .
Sicchè diventan perfidi e furfanti ;
Mossi da invidia pazza, e gelosia,
Fanno nel bivio, e trivio i petulanti .
E s 'impssess 'ancor questa manìa
Dei dottorelli, od ignoranti, o vili,
Che declamando van lungo la via .
Con motti ora insolenti, ed or gentili
Van censurando i veri dotti, ond 'essi
Sembrino dotti, e in osservar sottili .
Sono da invidi 'ancor vinti ed oppressi
Regi, Ministri, sacerdoti, e frati,
Che veggio incrudelir contro sè stessi .
Quei, che nel fango son vigliacchi nati,
E nell 'obbrobrio vivono, incapaci
D 'alti pensier, tal peste anco ha macchiati
Onde li veggio lividi e mordaci
Biechi guardar nell 'altrui fortuna
Ed insultando diventare audaci .
Molte la terra nel suo grembo aduna
Di queste invidiose anime prave,
Degne dell 'infernal cupa laguna
Per gl 'invidi maligni un carco grave
E' il bene altrui, e sentono nel seno
Pel male degli altri un giubilo soave .
Strugge d 'invidi 'ancor crudo veleno
Quella modesta timida donzella,
Che il fresco aspetto non ha bello appieno :
Bieca riguarda or questa donna, or quella,
E dentro il petto si consuma e rode ;
Perchè fra tutte, ahimè ! essa è men bella
Freme quell 'altra che seguir le mode
Non puole, onde adornarsi, e la civetta
Facendo, aver da mille amanti lode .
E dell 'invidia l'atra peste infetta
Quell 'altra, che frequenta i confessori .
Ed uno sposo da gran tempo aspetta,
Del talamo vicin sente gli odori,
Ond 'ella geme, e si rattrista in petto ;
Chè più felici son d 'altra gli amori .
Che più dico di un volgo maledetto ?
Son gli invidi, misantropi cattivi,
Che d 'odio infame il cor tengono infetti .
Contro sè stess 'incrudeliscon vivi,
E dopo morte avran di Furie il morso :
Onde lor giova udir : Di senno privi,
Il cane abbaia, e fa la luna il corso .
Buona lettura.
L' Invidia
Qual ' orrida infernal Furia, che freme,
Lividi gli occhi, e scarmigliato il crine
Ed in sè stessa incrudelendo, geme :
Tale veggiam di triboli e spine :
Su letto assisa Invidia, che soltanto
Di bieca altri guardar perverso ha fine,
Ella gioisce allor che in lutto e pianto
Vede la stirpe umana, e si rattrista
Quando la vede immersa in gioia e canto .
Onde guardar nel bene altrui, la vista
Tiene qual Argo, o Linge favolosa :
Freme se onor grandezze altri acquista .
Chi è mai quegli, che torbida e rugosa
Mostra la fronte, con sogghigno amaro
La gira intorno cupa, e sospettosa ?
E' un invido peggior del tristo avaro,
Che di sè stesso fattosi tiranno,
Tiene degli altri il ben sempre a discaro .
Figlia nel Ciel del perfido Satanno
Scese l 'invidia giù nel basso inferno,
Donde al figiuol dell 'uom recò suo danno .
Bieca sul trono assiso ella il Superno
Nume guatava, e di furore armata
Balzar già lo volea dal soglio eterno.
Oh vana impresa ! Dal Signor scacciata
Giù si travolge rotolando, e seco
Porta la sua infernal rabbia spietata .
Sul Nifate la veggio assisa un bieco
Sguardo fissare su la stirpe umana,
E furibonda dire : Io sarò teco .
Quindi varcò la interminabil vana
Region del Cielo, e l 'albero fatale
Tocco restò dalla sua man profana .
Allor gigante su la terra il male
Stese le braccie, e l 'inesperto Adamo
Fece la stirpe sua trista e mortale .
Miseri noi ! Che circondati siamo
Dai vizii di Satan, del male amico,
A cui d 'impuro cor voti porgiamo .
Per lui, con volto pallido, impudico,
Venne fra noi l 'invidia, e l 'uman cuore
Tocco da lei si fè del ben nemico .
Quegli, che vive in mezzo allo splendore
Di grandi onori, lacerar si sente
In petto, e mostra in fronte il suo livore,
Quando i germogli di più bassa gente
Vede inalzati ad onorato seggio .
Dove non siede mai vile pezzente :
Solingo e malinconico lo veggio
Morders' il labbro, ed aggrizzare il naso,
Livido il volto, bieco il guardo, e peggio
Falso principio il cuore umano invaso
Ha nel presente secolo corrotto,
In cui spezzato è di Pandora il vaso :
E, che nel seggio degli onor condotto
Sia quei soltanto, a cui di nobil schiatta
Blù scorre il sangue, od ignorante o dotto .
E l 'altra gente, che a virtude è fatta,
Languisca nel disprezzo, e nell 'oblio,
Siccome belva, che vil fango imbratta .
Stolti che siete ! Stolto ancor desio
Nutrite in cor, se avete la baldanza
Credervi figli, oibò ! d 'un altro Dio .
Oh la patrizia, stupida jattanza !
Credon che sia soltanto la grandezza
Annessa dei natali all 'arroganza :
E l 'umil plebe, che il patrizio sprezza,
Nata nel basso, vi si alligni, e mai
Osi aspirar dei nobili all 'altezza .
Vana lusinga ! Son mutati assai
Ora i costumi, i tempi, ed è patrizio
Quei, che virtude non oblia giammai .
E' già sparito delle Coste il vizio ;
Chè la virtù nobilita i plebei,
E il nobile corrotto il fa novizio .
Veggiam perversi, invidiosi e rei,
Quei grandi, che dell 'oro, dell 'argento
Gl 'idoli han fatto, e gl 'insensati Dei :
Vogliono sempre in vergognoso stento
Veder la plebe, nei sudori onesta,
Acciò drizzi su loro il guardo intento .
Vogliono sempre timida, e modesta
Vederla innanzi ad essa umiliata,
Acciò non alzi l 'orgogliosa testa .
Sicchè se veggon di costei mutata
Fortuna, che tramuta li ben vani,
Paventa di costor l 'alma spietata .
Mutano spesso gli splendor mandani,
Distribuendo egualmente la luce,
Che rende sciocchi gl 'intelletti umani .
E' la Fortuna un 'incostante duce,
Che or nei buoni, or negli avversi eventi
Prende l 'uomo per mano, e lo conduce .
Quindi veggiamo i Grandi e gli opulenti,
Oggi sedere nei gemmati scanni,
E la dimane andar quali pezzenti :
E i poveri, che vivono tra gli affanni
Di perigliose orribili fatiche,
Mutano sorte col mutar degli anni .
Son tutte nell 'oblio le schiatte antiche,
E di Marchesi, Principi, e Baroni,
Su le torri veggiam nate le ortiche :
Onde di nuove stirpi ecco i Blasoni
Ecco dal volgo uscir nuova ciurmaglia
Di Prenci, e Cavalier senza speroni .
Ma che ? Del volgo la grandezza abbaglia,
Onde i Potenti sprezzatore un riso
Volgon sovr 'esso ; acciò alto non saglia .
Vedi ; quel vile si abbellisce il viso !
Quegli si adorna di abiti galanti !
Dicon tra loro con il cuor sonquiso .
Sicchè diventan perfidi e furfanti ;
Mossi da invidia pazza, e gelosia,
Fanno nel bivio, e trivio i petulanti .
E s 'impssess 'ancor questa manìa
Dei dottorelli, od ignoranti, o vili,
Che declamando van lungo la via .
Con motti ora insolenti, ed or gentili
Van censurando i veri dotti, ond 'essi
Sembrino dotti, e in osservar sottili .
Sono da invidi 'ancor vinti ed oppressi
Regi, Ministri, sacerdoti, e frati,
Che veggio incrudelir contro sè stessi .
Quei, che nel fango son vigliacchi nati,
E nell 'obbrobrio vivono, incapaci
D 'alti pensier, tal peste anco ha macchiati
Onde li veggio lividi e mordaci
Biechi guardar nell 'altrui fortuna
Ed insultando diventare audaci .
Molte la terra nel suo grembo aduna
Di queste invidiose anime prave,
Degne dell 'infernal cupa laguna
Per gl 'invidi maligni un carco grave
E' il bene altrui, e sentono nel seno
Pel male degli altri un giubilo soave .
Strugge d 'invidi 'ancor crudo veleno
Quella modesta timida donzella,
Che il fresco aspetto non ha bello appieno :
Bieca riguarda or questa donna, or quella,
E dentro il petto si consuma e rode ;
Perchè fra tutte, ahimè ! essa è men bella
Freme quell 'altra che seguir le mode
Non puole, onde adornarsi, e la civetta
Facendo, aver da mille amanti lode .
E dell 'invidia l'atra peste infetta
Quell 'altra, che frequenta i confessori .
Ed uno sposo da gran tempo aspetta,
Del talamo vicin sente gli odori,
Ond 'ella geme, e si rattrista in petto ;
Chè più felici son d 'altra gli amori .
Che più dico di un volgo maledetto ?
Son gli invidi, misantropi cattivi,
Che d 'odio infame il cor tengono infetti .
Contro sè stess 'incrudeliscon vivi,
E dopo morte avran di Furie il morso :
Onde lor giova udir : Di senno privi,
17/11/11
GOLA 5° di Leonardo Mazza da Bocchigliero
![]() |
| http://digilander.libero.it/onismazz/la%20news.htm |
Buona lettura
I GOLOSI
" Come quel cane , che abbaiando agugna,
" E si racqueta poi che il cibo morde ;
" Che solo a divorarlo intende, e pugna .
In simil guisa veggiarn le lorde
Facce di quei, che dalla gola vinti
Tengono l' alme alla ragione sorde .
Essi da impulso bestiale spinti,
Volgono intorno l' affamata sanna,
Quai lupi, che gli ovili hanno precinti :
Per acquistar la preda ognun si affanna,
E gira il guardo cupido, ed avaro,
Finchè il pastore sonnacchioso inganna .
Hanno i golosi fatto un idol raro
Del cibo, e a lui volgend' ogni lor cura,
Solo il ventre per essi è il Dio più caro .
Solleciti, li vedi e con premura
In cer' andar di delicate cene,
Il cui profumo l' intellett' oscura .
Alimentar li vedi le murene,
Crescere cervi, ed educar falconi,
Che in aurei lacci quel garzon ritiene,
Dagl' Indi, dagli Egizii e dai Sidoni,
Vengono spesso gli odorosi unguenti .
Di cui le mense fuman dei ghiottoni .
Del pepe, del garofano già senti
L' odor, della cannella la fragranza,
Che fan venirti dolci svenimenti :
E vedi sibaritica pietanza
Di Siria cuoco preparare intento,
L' oro sciupando di regal possanza .
Sicchè gli averi del Signore a stento
Ponno bastare a splendida cucina,
Primo pensier di lui, cura e contento .
Sollecito lo vedi la mattina
Gli ordini dare a cuochi, e servidori
E chi al macello andar, chi alla marina :
Ed in diversi preparar sapori
Vedi giovenche di Sorrento, e il pingue
Appulo agnel dai candidi colori .
Vedi i lacerti preparar, le lingue :
E del famoso golfo tarantino
L' ostriche ancor sua voglia non estingue :
Nè le silane trotte, o il latticino
Del calabro pastor, nè il buon Falerno .
O il cecubo famoso antico vino .
Ecco, alla mensa di costui discerno
Triglie dorate ; e perle d' Oriente
Ornar di pesce insipido l' esterno .
Di Malaga, Lunella, e di Charente
Vedi i famosi vini, e del muscato
Siracusano anco l' odor si sente .
Che più ? L' impegnan questo a far beato
Soltanto il ventre in cui ripongon tutto
Della vita presente il dolce stato :
E credon che lo spirito, lordo e brutto
Di tanti vizii, quando l' uom sen muore,
Torna con lui nel nulla anco distrutto :
Onde, insensati ! sieguono l' errore
Di quel famoso porco di Epicuro,
Che del presente avea soltanto amore .
E non credendo al secolo venturo,
Edamus, et bibamamus, dicea ;
Chè l' avvenire a noi si affaccia oscuro .
Questa è la vita della gente rea .
Che di coscienza ogni rimorso attuta,
E dei delitti suoi ella si bea .
Per essi la materia è sol creduta,
Ed infangati in mille atre sozzurre,
Rendono l' alma alla ragione muta .
Sieguono questi le dottrine impure
Di Sfero, di Lucrezio, e di Fenone,
Di Sesto, e di Leucippo le brutture
Peggio ! Diventan figli di Pirrone,
E convertiti in sonnacchiosi bruti,
Guardano biechi e Socrate , e Platone
Da questo vizio infetti anco i chercuti
Spesso veggiano, e di beati porci
Vita manare in odorosi luti .
S' impinguan questi, onde impinguare i sorci ;
Chè nella tomba tutto giaà finisce,
Onde, o goloso invano ti contorci .
Se per lauto banchetto il cor gioisce,
E il tutto mette in disperat' oblio,
L' aspetto della morte lo atterrisce .
Nè più lo aiuta del suo ventre il Dio,
Che stupido, corrotto e incostante
Sparisce , e paga di sue colpe il fio :
Vedi colà quel giovine furfante
Girovagnando andar per le cantine
Quel impudico stupido baccante ?
Un vil goloso egli è, che mai confine
Mette all' orribil vizio della gola,
Infin che giunge a disperato fine .
Ed ubbriaco diventato, invola
Alla ragione il freno, ed in sè stesso
D' essere una gran bestia si consola .
Dai debiti lo vedi un giorn' oppresso
Andar lungo le strade camminando
Con volto malinconico, e dimesso .
E spesso l' odi andar bestemmiando
Il vizio, che gli fè tutto finire,
Beni, ragione onor gozzovigliando.
Sicchè lo vedi in ultimo fuggire
Del dì la luce, e all' ombra della notte
In rubbacchiare altrui mostrar l' ardire .
Che più ? vi son di femmine corrotte,
Che dalla gola dominate e vinte,
Ad impudico amor vengon sedotte .
Onde le vedi di vergogna cinte
Andar pei trivii, e pei quatrivii a tutti
Bellezze offrire di pudor non tinte .
Quei magistrati ancor, che lordi e brutti
Son di tal peste, in sè timor non hanno
Se gli statuti vengono distrutti .
Per appagar lor vizio, essi l' inganno
Adoprano in segreto, ed in palese,
E quei son pochi che giustizia, avranno .
E che direi, se a raccontar le offese
Io mi farei di frati, e sacerdoti,
Onta e vergogna delle nostre chiese ?
Forse son questi al vero Dio devoti,
Quando del ventre all' insensato Nume
Porgono sempre i loro incensi e voti ?
Oh tempi antichi ! Oh candido costume !
Quando mettean le leggi angusto freno
A chi smarria della ragione il lume .
Taccio di Fabio, Quinzio, e Labieno,
Nè d' altr' illustri temperant' io dico ;
Sol di Lunello mio ricordo appieno .
Questi della virtù fatto nemico,
Ed in oblio mettendo la sua gloria,
Di crapole vivea soltanto amico .
Di Cizico egli oscura la vittoria ;
Di Sinope, di Nisibi, e Trigane
Sembra che più non parli la sua storia .
Oh la soltezza delle menti umane !
Che vengon dall' Apostolo chiamate"
Stupide, cieche, misere profane !
Quando le vede al ventre umiliate .
14/11/11
Democrazia e non Oltre
Le scene a cui abiamo assistito in questi giorni non sono degne di un paese civile, la nostra società non è evoluta, e soprattutto non ha una democrazia compiuta, moderna che sia forte dell'esperienza del passato, della storia dellla nostra martoriata Repubblica. I professionisti dell'informazione, pur di fare notizia si avventurano in paragoni assurdi, in voli pindarici che fomentano e aizzano la gente comune, purtroppo eccessivamente influenzabile, allo scontro e non al sano confronto, anche aspro, ma che rispetti l'altro... e non mi riferisco a nessuno in particolare, vorrei fare solo un inciso sulla Democrazia, che rimane un chiaro punto di riferimento e di orgoglio per i tanti che ne conoscono il vero e profondo significato. La crisi è della nostra povera e indifesa moneta, l'Euro non è protetto come altre monete mondiali, non ha una banca forte che possa difenderne le speculazioni planetarie, e quindi non possiamo festeggiare con lo spumante come se si fosse vincitori, così facendo perde l'Italia, che deve farcela come ha sempre fatto, con sacrifici, tagni, ritorno ad un periodo di austerità e sobrietà che può anche far crescere una cultura collettiva migliore, anche le forze polite possono maturare una capacità di ascolto e compromesso che porta ad una politica meno gridata, dai toni forti e non personali, che ledono il buon nome dell'Italia, meditate gente meditate
11/11/11
Alba di Novembre
| Autunno in Sila Calabria |
Luna di novembre
![]() |
| Tratta da www.ansa.it |
un albero spoglio che si staglia gelato,
un cielo pumbleo appena pennellato
dai tenui colori d'un tramonto,
si muta in visione senza pari,
se un raggio di luna
fievole e pudico
s'insinua nell'animo in penombra.
Gli occhi socchiusi
si allargano
e vedono la strada che cammini
in un'altra dimensione.
E là,
dove ostacoli ti hanno fermato
e fatto il capo piegare,
scompaiono
come vallate nella nebbia.
Senti che gli alberi spogli non son morti
ma solo addormentati
e che presto si desteranno
per dare la bellezza socchiusa nella linfa:
purezza di nuovi fiori filtrati dal letargo,
a quel raggio di luna a quel tramonto
e ti riporta all'alba d'un nuovo domani.
In un nuovo cielo: alto, azzurro, caldo.
Mi piace la luna di Novembre
e mi piace Novembre, gli alberi ed il suo cielo
che nella loro mesta delicatezza
riescono a parlarmi sottovoce.
Mi piace la luna di Novembre che sfrangiando il cielo
mi allunga le braccia
e mi prende per mano
per fare un pezzo di strada del mio andare,
in compagnia.
E. Benincasa da: "Tra il vento e la pioggia".
07/11/11
L' IRA 4 ° di LEONARDO MAZZA da Bocchigliero
Continuiamo la pubblicazione dei vizi capitali, qualcuno ci chiede di pubblicarli, ci stiamo pensando, vorremmo pubblicare tutto il libro di Leonardo Mazza da Bocchigliero. Vorremmo che le istituzioni prendessero atto di questo personaggio, e dedicare a lui una via, un luogo culturale, una piazza e comunque facciano conoscere alla popolazione, vicina e lontana, un personaggio di questa caratura e a tutti gli uomini di cultura.
Buona lettura.
" IRA "
Vedeste mai la ripida montana
Scender gonfio impetuoso fiume
L' onde frangendo in romorosa frana ;
Qual nunzio della giusta ira del Nume
Il piano inonda, e gli argini trapassa
Tra il cup' orror di tempestose brune ;
E mentre il tutto nel passar fracassa
Giunge superbo in tempestoso mare,
Dove confuso la possanz' abbassa ?
Ebben ! si puole a questo assimilare
L' Ira, che ancor nall' uom fa cruda guerra,
E per diverse vie lo fa peccare .
Ognun, chi più chi meno in questa terra
Ne sente la fatal cieca possanza
Onde fra l' ombra della colpa egli erra
Vedi colui, che mostra la baldanza
Di un Rodomonte, e la vil plebe abbaglia
Con di parole assai vana iattanza ?
Un iracondo egli è, che alla canaglia
Solo appartiensi della gente vile,
O d' ignoranti belve alla ciurmaglia .
Quegli, che tiene in petto irosa bile
Il vedi ora superbo e minaccioso,
Or vigliacco pregare in atto umìle ;
Che qual torrente altiero, impetuoso,
E' l' iracondo, che lo sdegno attuta,
Quando s' incontra in cuor più burbanzoso .
Si adira il Prence un dì, perchè temuta
Non è la sua possanza, o forse ancora
Perchè sua volontà d' altri si muta ?
Ebben ! Sia buono, e il suddito lo adora ;
Sia giusto e nello avere i saggi allato,
Tutto cammina dritto, e dentro, e fuora .
Ved' il Ministro, il degno Magistrato
Rendersi schiavo dell' irosa peste,
E sempre star col volto corrucciato :
Onde chi a lui ne va con umil veste
Ad implorar giustizia, egli discaccia
Come figliuol di genti assai moleste :
Ed all' insulto aggiunge la minaccia
Sicchè ad un tale spirito bizzarro
Non osa l' infelice alzar la faccia .
Del Campidoglio i mostri a voi non narro,
Caligola, Neron Domizio, e Varo,
Onde intento più in là l' occhio non sparro
Ridir le cose antiche il mio pensiero
Non è, ma solo il secolo presente
A me si affaccia minaccioso e fiero :
E veggio baldanzoso ed insolente
Renders' il ricco, il dotto, l' ignorante,
Il nobile, la plebe, il vil pezzente .
Vedi molesto, farsi ed arrogante
Quell' iroso dottor di medicina,
Che Ippocrate disprezza, e fassi amante
Della funeria mesta Libitina ;
Onde infelice chi v' incappa ! Spento
Egli cadrà la sera, o la mattina .
Veggio adirarsi ancora ogni momento
Quello di legge dottorello arguto,
Che si stropiccia sonnacchioso il mento .
Ei di Cuiacio polveroso e muto
Tiene il volume nello studio, e svolge
Lunghe memorie con un guardo acuto
Di tanto in tanto il guardo egli rivolge
Alle Pandette ; il Codice non cura
E del cliente suo poco si accorge,
Onde può fare al certo la sua ventura
Chi a lui si affida . La difesa è forte
Se un iracondo ne ritien la cura !
Ed è felice ancor di quei la sorte
Che ad iracondo giudice si affida
Alle sentenze od ignoranti o torte .
Egli si sdegna, e minaccioso sgrida,
E rischia i dritti d' innocente oppresso
Forse ai delirii di una mente infida
E ancor degli altri magistrati appresso
Dire vorrei gli errori ad uno ad uno
Se vengon d' ira molestati spesso .
Ma su le colpe lor mettiamo un bruno
Velo di oblio ; che forse ognun si emenda
Quando si accorge che non l' ode alcuno .
Ecco al mio sguardo ancor si offre tremenda
Ciurma di vili, ed iracondi spirti,
Che il mondo infetta di sua peste orrenda .
Vorrei più cose, alma iraconda, or dirti
Di quest' insani, e se parlar potrei,
Certo farei di tanti error stupirti .
Tu che fremendo, dei pensier più rei
Pasci la mente, e gonfio tien' il petto
D' ira, di sdegno, e di furor, chi sei ?
Un atomo tu sei, ombra, od insetto
Che sperde il vento, e fa tornar nel nulla
Donde il trasse di Dio l' alto intelletto .
A te che tutto sprezzi, entro la culla
Sorrise il niente, e l' accompagna bieco
Fino alla tomba, che ogni fasto annulla
Solo abitar dentro selvaggio speco,
Nido di belve, l' iracondo è degno,
Il suo furor portandone con seco .
Di un' alma vil soltanto è tristo segno
L' ira insensata ; che nel cor si accende
Dei Grandi sol magnanimo disdegno .
Della possanza imperial si offende
Il Guelfo, e freme il Ghibellino ardito,
Onde son l' ire delle sette orrende .
Vedi sdegnoso ancor morders' il dito
Quel forsennato di Lutero, e poi
Batter la guancia, dal furor tradito .
Taccio degli altri furibondi eroi,
Che mostran l' ira pur con modi strani,
E veggio altieri passeggiar fra noi
Sono di questi gl' intelletti vani,
Vile lo sdegno, e quindi giova dire :
" Andate via colà con gli altri cani !
Non atterrisce, no quel folle ardire,
Che voi mostrate in orgogliosi detti,
Che fan villana plebe in sè stupire
Sono iracondi assai quei giovanetti,
Che sol di donna seduttrice in seno
Tutti concentran gli amorosi affetti .
Allor che gelosia sparge il veleno
Nel cuor di questi, che non han mai pace,
L' ira non sente di ragione il freno
Onde alla Luna parlano, che tace,
Che dei delirii loro in sè si ride,
Quando li vede immersi nella brace .
E lo sfrenato giocatore uccide
L' ira che il cor gli strugge, allor che molto
Egli si fida delle carte infide .
Strilla bestemmia, e quasi avvien che stolto
Egli diventi ; chè fortuna ingrata
In altri luoghi ha suo favor rivolto .
Allorchè la sua moglie d' altri amata
Vede uno sposo, lo consuma l' ira,
Ma poi si placa se la vede ornata :
E gelosia sprezzando, egli sospira
Novellamente per l' infida : i pregi
Della bellezza sua stupido ammira .
Bontà non è che la memoria fregi
Di tanti vili, neghittosi, e tristi
Degni di oblio soltanto e di dispreggi .
Si adira il mercator ; perchè gli acquisti
Vengono meno della sua fortuna,
Di ladronecci e furberie frammisti .
Gira su l' onde, sue ricchezze aduna,
Infin che il soffio della sorte avversa
Poi le ritoglie, e sperde ad una ad una
L' ira del cacciator non è diversa
Quando per entro alla boscaglia insiegue
Libera belva dal timor dispersa
Ciurma di veltri, o di mastini siegue
Quella infelice : ed ei su l' orma incerta
Ansando forte il suo cammin prosiegue .
Oh la grand' ira della gente inerte !
L' ira di Bruto sembra, o di Gregorio
Anime grandi alle bell' opre esperta ?
Sembra lo sdegno dell' Eroe Sertorio,
Di Scevola, Camillo, e di quel dotto
Grande orator di Arpino, e di Vittorio ?
E' l' ira un mal, che il mondo ha già corrotto,
Onde di oblio si spandi eterno velo,
Dicendo a quei che n' hanno il cor sedotto :
Non isperate mai veder lo Cielo .
Buona lettura.
" IRA "
Vedeste mai la ripida montana
Scender gonfio impetuoso fiume
L' onde frangendo in romorosa frana ;
Qual nunzio della giusta ira del Nume
Il piano inonda, e gli argini trapassa
Tra il cup' orror di tempestose brune ;
E mentre il tutto nel passar fracassa
Giunge superbo in tempestoso mare,
Dove confuso la possanz' abbassa ?
Ebben ! si puole a questo assimilare
L' Ira, che ancor nall' uom fa cruda guerra,
E per diverse vie lo fa peccare .
Ognun, chi più chi meno in questa terra
Ne sente la fatal cieca possanza
Onde fra l' ombra della colpa egli erra
Vedi colui, che mostra la baldanza
Di un Rodomonte, e la vil plebe abbaglia
Con di parole assai vana iattanza ?
Un iracondo egli è, che alla canaglia
Solo appartiensi della gente vile,
O d' ignoranti belve alla ciurmaglia .
Quegli, che tiene in petto irosa bile
Il vedi ora superbo e minaccioso,
Or vigliacco pregare in atto umìle ;
Che qual torrente altiero, impetuoso,
E' l' iracondo, che lo sdegno attuta,
Quando s' incontra in cuor più burbanzoso .
Si adira il Prence un dì, perchè temuta
Non è la sua possanza, o forse ancora
Perchè sua volontà d' altri si muta ?
Ebben ! Sia buono, e il suddito lo adora ;
Sia giusto e nello avere i saggi allato,
Tutto cammina dritto, e dentro, e fuora .
Ved' il Ministro, il degno Magistrato
Rendersi schiavo dell' irosa peste,
E sempre star col volto corrucciato :
Onde chi a lui ne va con umil veste
Ad implorar giustizia, egli discaccia
Come figliuol di genti assai moleste :
Ed all' insulto aggiunge la minaccia
Sicchè ad un tale spirito bizzarro
Non osa l' infelice alzar la faccia .
Del Campidoglio i mostri a voi non narro,
Caligola, Neron Domizio, e Varo,
Onde intento più in là l' occhio non sparro
Ridir le cose antiche il mio pensiero
Non è, ma solo il secolo presente
A me si affaccia minaccioso e fiero :
E veggio baldanzoso ed insolente
Renders' il ricco, il dotto, l' ignorante,
Il nobile, la plebe, il vil pezzente .
Vedi molesto, farsi ed arrogante
Quell' iroso dottor di medicina,
Che Ippocrate disprezza, e fassi amante
Della funeria mesta Libitina ;
Onde infelice chi v' incappa ! Spento
Egli cadrà la sera, o la mattina .
Veggio adirarsi ancora ogni momento
Quello di legge dottorello arguto,
Che si stropiccia sonnacchioso il mento .
Ei di Cuiacio polveroso e muto
Tiene il volume nello studio, e svolge
Lunghe memorie con un guardo acuto
Di tanto in tanto il guardo egli rivolge
Alle Pandette ; il Codice non cura
E del cliente suo poco si accorge,
Onde può fare al certo la sua ventura
Chi a lui si affida . La difesa è forte
Se un iracondo ne ritien la cura !
Ed è felice ancor di quei la sorte
Che ad iracondo giudice si affida
Alle sentenze od ignoranti o torte .
Egli si sdegna, e minaccioso sgrida,
E rischia i dritti d' innocente oppresso
Forse ai delirii di una mente infida
E ancor degli altri magistrati appresso
Dire vorrei gli errori ad uno ad uno
Se vengon d' ira molestati spesso .
Ma su le colpe lor mettiamo un bruno
Velo di oblio ; che forse ognun si emenda
Quando si accorge che non l' ode alcuno .
Ecco al mio sguardo ancor si offre tremenda
Ciurma di vili, ed iracondi spirti,
Che il mondo infetta di sua peste orrenda .
Vorrei più cose, alma iraconda, or dirti
Di quest' insani, e se parlar potrei,
Certo farei di tanti error stupirti .
Tu che fremendo, dei pensier più rei
Pasci la mente, e gonfio tien' il petto
D' ira, di sdegno, e di furor, chi sei ?
Un atomo tu sei, ombra, od insetto
Che sperde il vento, e fa tornar nel nulla
Donde il trasse di Dio l' alto intelletto .
A te che tutto sprezzi, entro la culla
Sorrise il niente, e l' accompagna bieco
Fino alla tomba, che ogni fasto annulla
Solo abitar dentro selvaggio speco,
Nido di belve, l' iracondo è degno,
Il suo furor portandone con seco .
Di un' alma vil soltanto è tristo segno
L' ira insensata ; che nel cor si accende
Dei Grandi sol magnanimo disdegno .
Della possanza imperial si offende
Il Guelfo, e freme il Ghibellino ardito,
Onde son l' ire delle sette orrende .
Vedi sdegnoso ancor morders' il dito
Quel forsennato di Lutero, e poi
Batter la guancia, dal furor tradito .
Taccio degli altri furibondi eroi,
Che mostran l' ira pur con modi strani,
E veggio altieri passeggiar fra noi
Sono di questi gl' intelletti vani,
Vile lo sdegno, e quindi giova dire :
" Andate via colà con gli altri cani !
Non atterrisce, no quel folle ardire,
Che voi mostrate in orgogliosi detti,
Che fan villana plebe in sè stupire
Sono iracondi assai quei giovanetti,
Che sol di donna seduttrice in seno
Tutti concentran gli amorosi affetti .
Allor che gelosia sparge il veleno
Nel cuor di questi, che non han mai pace,
L' ira non sente di ragione il freno
Onde alla Luna parlano, che tace,
Che dei delirii loro in sè si ride,
Quando li vede immersi nella brace .
E lo sfrenato giocatore uccide
L' ira che il cor gli strugge, allor che molto
Egli si fida delle carte infide .
Strilla bestemmia, e quasi avvien che stolto
Egli diventi ; chè fortuna ingrata
In altri luoghi ha suo favor rivolto .
Allorchè la sua moglie d' altri amata
Vede uno sposo, lo consuma l' ira,
Ma poi si placa se la vede ornata :
E gelosia sprezzando, egli sospira
Novellamente per l' infida : i pregi
Della bellezza sua stupido ammira .
Bontà non è che la memoria fregi
Di tanti vili, neghittosi, e tristi
Degni di oblio soltanto e di dispreggi .
Si adira il mercator ; perchè gli acquisti
Vengono meno della sua fortuna,
Di ladronecci e furberie frammisti .
Gira su l' onde, sue ricchezze aduna,
Infin che il soffio della sorte avversa
Poi le ritoglie, e sperde ad una ad una
L' ira del cacciator non è diversa
Quando per entro alla boscaglia insiegue
Libera belva dal timor dispersa
Ciurma di veltri, o di mastini siegue
Quella infelice : ed ei su l' orma incerta
Ansando forte il suo cammin prosiegue .
Oh la grand' ira della gente inerte !
L' ira di Bruto sembra, o di Gregorio
Anime grandi alle bell' opre esperta ?
Sembra lo sdegno dell' Eroe Sertorio,
Di Scevola, Camillo, e di quel dotto
Grande orator di Arpino, e di Vittorio ?
E' l' ira un mal, che il mondo ha già corrotto,
Onde di oblio si spandi eterno velo,
Dicendo a quei che n' hanno il cor sedotto :
Non isperate mai veder lo Cielo .
05/11/11
30/10/11
LA LUSSURIA 3° di Leonardo Mazza
Ebbene, questo è il terzo vizio capitale, la lussuria, ancora grazie a Mariella, la mia compagna, che riesce a sorprendermi spesso, forse anche per questo gli voglio tanto bene.
" LA LUSSURIA"
Qual arabo destrier, che a briglia sciolta
Scorrendo i campi, sparsa la criniera,
Non più del cavalier la voce ascolta,
Veggo la gioventùde ardita e fiera
Scorrere i campi d' impudico amore
Con in volto la benda, o la visiera ;
E da errore correndo in altro errore
Arrogante, la veggio, e baldanzosa
Tentar di caste donne il disonore.
Quella, che veggio molto ardimentosa
Donna all'aureo scarmigliato crine,
Dall' occhio azzurro e volto di una rosa ;
Mille condurre a disperato fine
Giovani sconsigliati, a cui soltanto
Piace lo sguardo d' ingannevol Frine .
Chi è mai ? La voce sua somigli ' al canto
Delle tre vaghe incantatrici dive .
Che di sprezzare Uliss' ebbesi il vanto,
Quando giungendo alle funeste rive,
Ai suoi compagni, nel fatal periglio,
Ei fè le orecchie dell' udito prive :
Lussuria è dessa ; il cui possente artiglio
Tutti a sè tira quei, la cui ragione
Offusca della Dea di Guido il figlio .
Se con ragione Amor viene a tenzone,
Quella è già vinta, ed avvilita giace
Sommessa al suo talento e passione;
Chè dove di lussuria arde la face
Regnan capricci, inganni, e furberia,
E un cuor corrotto in sè non ha mai pace .
Chi veggio camminar lungo la via
Dei Lupanar' infami, ove in sozzura
Mena una vita vergognosa e ria ?
Quegli, cui di lussuria la lordura
Imbratta il cuore, simile ad un bruto,
Che di vil fango cuopre la bruttura .
Vedi quel giovinetto andar perduto
Dietro le tracce di una donna imbelle,
Da cui dipende stupefatto e muto ?
Osservalo adorar due luci belle,
E nel delirio suo, nei suoi tormenti
Narrar le pene sue anco alle stelle .
Lo vedi esposto alle pioggie, ai venti ;
E per l' orme seguir della sua amata
Sprezzare i geli, e i raggii più cocenti
Come colomba dal desio chiamata
Ved ' giuliv ' andar quella fanciulla,
Che da mille amator viene adorata :
Ella di tutti ride, e si trastulla,
E mentre oggi ad un sol porge la mano,
Diman lo immerge in disperato nulla :
Onde il suo cor non è che un teatro arcano :
E quei, che ciecamente a lui si affida
Per discoprirne il ver fatica invano .
E' un pregio della donna esser infida,
Ed il suo cuore offrire a mille amanti,
Onde un pazzo è quell' uom, che in lei si fida .
Andate, o cicisbei vili e tremanti
Alle fanciulle tutte a far la corte,
Con gemiti, sospiri, e tristi pianti .
Sono così possenti le ritorte,
Con cui son tutti i vostri cuori avvinti,
Che scioglier li potrà solo la morte .
Rassomigliate a quei, che già sospinti
Nell' isola di Circe, ammaliati
Furono tutti, in vili porci finti .
Giovani guardo, e vecchi affascinati
Da due begli occhi, o da purpuree gote
Girovagando andar come impazziti .
V' ha chi le pene sue fa chiare, e note
Ad una vecchia, schifiltosa e brutta,
Pel desiderio di una pingue dote :
Ed ella il crede, e si abbellisce tutta
Come fanciulla nella verd ' etade,
E la canizie sua crede distrutta .
Ed un canuto vecchio alla beltade
Vedi, di ardita vaga giovinetta,
Fare la corte, ed implorar pietade :
Lo accoglie sorridento la furbetta,
E dopo avergl' in sen sparso il veleno
Di un cieco amor, superba lo rigetta .
Vedi quell' altro perdere il sereno
Del suo bel volto, e un cuor sentimentale
Quindi affettar, con la speranza in seno
D' esser' amato da colei, la quale
Egli soltanto in suo pensiero adora
Senza svelarle l' amoroso male .
Ecco venir quell' altro con sonora
Voce, a vantarsi degli amplessi, e baci
Di donna bella, come vag' aurora :
E a lei la stima con i suoi mordaci
Detti macchiar, senza che mai la onesta
Donn' ascoltato avesse i sensi audaci !
Dell' ideale amante, il qual calpesta
L' onore altrui, per comparir galante,
E alzar fra i cicisbei fiero la testa .
Chi mai nell' osservar sì fatte, e tante
Comiche scene riterebbe il riso
In faccia un amator così furfante ?
Quegli, che porta la baldanza in viso,
E un cuor vigliacco dentro il sen rinserra,
Sprezzato è delle donne, oppur deriso .
E quegli poi che abbassa infino a terra
L' umile fronte, e prega, e piange e geme
Ha del sesso gentil più dura guerra .
Esso lo incalza, lo malmena e preme,
Finchè lo spinge a rie stranezze vili,
Che di delitti son funesto seme .
Tremate adunque, o cicisbei gentili,
Quando alle donne troppo vi affidate
Con modi ora superbi, ed ora umìli ;
Chè quando voi di amor più vi beate,
Di gelosia vi rode orribil tosco,
Onde nell' odio dall' amor passate .
Però molti amatori ancor conosco
Che gelosia non hanno, e per vedere
Nel cuor di loro donne il guardo han losco :
Non vogliono d' inganni essi temere,
E credono che sia sola infedele
Quella, che veggono in bordel sedere .
Vana lusinga ! Il ritrovar fedele
Un cuor di donna è mal tentata impresa ;
Ma quel dell' uomo ancor spesso è crudele !
Quella, che veggio andar sempre alla Chiesa,
E frequentando ancor la penitenza,
La veggio a piè del sacro altar prostesa .
Ha di lussuria vinto la potenza ?
O d' amorosa fiamma un sol desio
Non le rimorde in sen la sua coscienza ?
Nol so.... Quel confessor, che fa di un Dio
Quaggiù le veci, al cuor della innocente
Disvela un suo pensier malvaggio e rio ?
Egli la forza di lussuria sente ?
Sollecita, corrompe, alletta, inganna ?
Ha un cuor di sacerdote, o di serpente ?
Nol so.... Ma gli occhi di ragione appanna
Amor, che a nullo amato amar perdona .
E ovunque impera da superba scranna .
A lui ciascuno il cuor cieco abbandona ;
Per lui profuma ognun la bianca chioma,
E tra vergogna, e onor dubbio tenzona .
L' alma di ognun da passioni è doma ;
Nè v' ha chi possa dir con volto ardito
Da non portar di colpe orribil soma .
Siegue la capra il citiso fiorito,
Siegue l' agnello il lupo, e ancor ciascuno
Siegue del cor l' istinto, e l' appetito .
Dunque dobbiam' odiar dirà qualcuno
Le donne, e star com' apati o macigni,
Che in sè non hanno sentimento alcuno ?
No ! Il far verso le donne i visi arcigni
E' un gran delitto, ma peggior è il danno
Se noi saremo in lor troppo benigni .
Son degni di biasmo quei, che fanno
A somiglianza ormai dei cagnolini,
Che dietro al cibo ghiotti se ne vanno .
Lo sono ancora quei, che i damerini
Fanno dei trivii, pei quatrivii e poi
Vendon ciarle senza aver quattrini .
Degno di biasmo e quel, che i giorni suoi
Passa fra i sozz' immondi lupanari
Con tutti gli altri effeminati eroi :
E poco bada a disbrigar gli affari
Di sua famiglia : oppur del suo maestro
Non ode i cenni, e fugge gli scolari .
Questo dei cicisbei studenti è l' estro :
Viver nel fango d' impudici amori,
E i libri aprire allor che n' hanno il destro ;
Onde gli vedi giungere agli onori
Del dottorato delle bestie, e dopo
Mieter venerei vergognosi allori,
Unica meta, ed onorevol scopo !
" LA LUSSURIA"
Qual arabo destrier, che a briglia sciolta
Scorrendo i campi, sparsa la criniera,
Non più del cavalier la voce ascolta,
Veggo la gioventùde ardita e fiera
Scorrere i campi d' impudico amore
Con in volto la benda, o la visiera ;
E da errore correndo in altro errore
Arrogante, la veggio, e baldanzosa
Tentar di caste donne il disonore.
Quella, che veggio molto ardimentosa
Donna all'aureo scarmigliato crine,
Dall' occhio azzurro e volto di una rosa ;
Mille condurre a disperato fine
Giovani sconsigliati, a cui soltanto
Piace lo sguardo d' ingannevol Frine .
Chi è mai ? La voce sua somigli ' al canto
Delle tre vaghe incantatrici dive .
Che di sprezzare Uliss' ebbesi il vanto,
Quando giungendo alle funeste rive,
Ai suoi compagni, nel fatal periglio,
Ei fè le orecchie dell' udito prive :
Lussuria è dessa ; il cui possente artiglio
Tutti a sè tira quei, la cui ragione
Offusca della Dea di Guido il figlio .
Se con ragione Amor viene a tenzone,
Quella è già vinta, ed avvilita giace
Sommessa al suo talento e passione;
Chè dove di lussuria arde la face
Regnan capricci, inganni, e furberia,
E un cuor corrotto in sè non ha mai pace .
Chi veggio camminar lungo la via
Dei Lupanar' infami, ove in sozzura
Mena una vita vergognosa e ria ?
Quegli, cui di lussuria la lordura
Imbratta il cuore, simile ad un bruto,
Che di vil fango cuopre la bruttura .
Vedi quel giovinetto andar perduto
Dietro le tracce di una donna imbelle,
Da cui dipende stupefatto e muto ?
Osservalo adorar due luci belle,
E nel delirio suo, nei suoi tormenti
Narrar le pene sue anco alle stelle .
Lo vedi esposto alle pioggie, ai venti ;
E per l' orme seguir della sua amata
Sprezzare i geli, e i raggii più cocenti
Come colomba dal desio chiamata
Ved ' giuliv ' andar quella fanciulla,
Che da mille amator viene adorata :
Ella di tutti ride, e si trastulla,
E mentre oggi ad un sol porge la mano,
Diman lo immerge in disperato nulla :
Onde il suo cor non è che un teatro arcano :
E quei, che ciecamente a lui si affida
Per discoprirne il ver fatica invano .
E' un pregio della donna esser infida,
Ed il suo cuore offrire a mille amanti,
Onde un pazzo è quell' uom, che in lei si fida .
Andate, o cicisbei vili e tremanti
Alle fanciulle tutte a far la corte,
Con gemiti, sospiri, e tristi pianti .
Sono così possenti le ritorte,
Con cui son tutti i vostri cuori avvinti,
Che scioglier li potrà solo la morte .
Rassomigliate a quei, che già sospinti
Nell' isola di Circe, ammaliati
Furono tutti, in vili porci finti .
Giovani guardo, e vecchi affascinati
Da due begli occhi, o da purpuree gote
Girovagando andar come impazziti .
V' ha chi le pene sue fa chiare, e note
Ad una vecchia, schifiltosa e brutta,
Pel desiderio di una pingue dote :
Ed ella il crede, e si abbellisce tutta
Come fanciulla nella verd ' etade,
E la canizie sua crede distrutta .
Ed un canuto vecchio alla beltade
Vedi, di ardita vaga giovinetta,
Fare la corte, ed implorar pietade :
Lo accoglie sorridento la furbetta,
E dopo avergl' in sen sparso il veleno
Di un cieco amor, superba lo rigetta .
Vedi quell' altro perdere il sereno
Del suo bel volto, e un cuor sentimentale
Quindi affettar, con la speranza in seno
D' esser' amato da colei, la quale
Egli soltanto in suo pensiero adora
Senza svelarle l' amoroso male .
Ecco venir quell' altro con sonora
Voce, a vantarsi degli amplessi, e baci
Di donna bella, come vag' aurora :
E a lei la stima con i suoi mordaci
Detti macchiar, senza che mai la onesta
Donn' ascoltato avesse i sensi audaci !
Dell' ideale amante, il qual calpesta
L' onore altrui, per comparir galante,
E alzar fra i cicisbei fiero la testa .
Chi mai nell' osservar sì fatte, e tante
Comiche scene riterebbe il riso
In faccia un amator così furfante ?
Quegli, che porta la baldanza in viso,
E un cuor vigliacco dentro il sen rinserra,
Sprezzato è delle donne, oppur deriso .
E quegli poi che abbassa infino a terra
L' umile fronte, e prega, e piange e geme
Ha del sesso gentil più dura guerra .
Esso lo incalza, lo malmena e preme,
Finchè lo spinge a rie stranezze vili,
Che di delitti son funesto seme .
Tremate adunque, o cicisbei gentili,
Quando alle donne troppo vi affidate
Con modi ora superbi, ed ora umìli ;
Chè quando voi di amor più vi beate,
Di gelosia vi rode orribil tosco,
Onde nell' odio dall' amor passate .
Però molti amatori ancor conosco
Che gelosia non hanno, e per vedere
Nel cuor di loro donne il guardo han losco :
Non vogliono d' inganni essi temere,
E credono che sia sola infedele
Quella, che veggono in bordel sedere .
Vana lusinga ! Il ritrovar fedele
Un cuor di donna è mal tentata impresa ;
Ma quel dell' uomo ancor spesso è crudele !
Quella, che veggio andar sempre alla Chiesa,
E frequentando ancor la penitenza,
La veggio a piè del sacro altar prostesa .
Ha di lussuria vinto la potenza ?
O d' amorosa fiamma un sol desio
Non le rimorde in sen la sua coscienza ?
Nol so.... Quel confessor, che fa di un Dio
Quaggiù le veci, al cuor della innocente
Disvela un suo pensier malvaggio e rio ?
Egli la forza di lussuria sente ?
Sollecita, corrompe, alletta, inganna ?
Ha un cuor di sacerdote, o di serpente ?
Nol so.... Ma gli occhi di ragione appanna
Amor, che a nullo amato amar perdona .
E ovunque impera da superba scranna .
A lui ciascuno il cuor cieco abbandona ;
Per lui profuma ognun la bianca chioma,
E tra vergogna, e onor dubbio tenzona .
L' alma di ognun da passioni è doma ;
Nè v' ha chi possa dir con volto ardito
Da non portar di colpe orribil soma .
Siegue la capra il citiso fiorito,
Siegue l' agnello il lupo, e ancor ciascuno
Siegue del cor l' istinto, e l' appetito .
Dunque dobbiam' odiar dirà qualcuno
Le donne, e star com' apati o macigni,
Che in sè non hanno sentimento alcuno ?
No ! Il far verso le donne i visi arcigni
E' un gran delitto, ma peggior è il danno
Se noi saremo in lor troppo benigni .
Son degni di biasmo quei, che fanno
A somiglianza ormai dei cagnolini,
Che dietro al cibo ghiotti se ne vanno .
Lo sono ancora quei, che i damerini
Fanno dei trivii, pei quatrivii e poi
Vendon ciarle senza aver quattrini .
Degno di biasmo e quel, che i giorni suoi
Passa fra i sozz' immondi lupanari
Con tutti gli altri effeminati eroi :
E poco bada a disbrigar gli affari
Di sua famiglia : oppur del suo maestro
Non ode i cenni, e fugge gli scolari .
Questo dei cicisbei studenti è l' estro :
Viver nel fango d' impudici amori,
E i libri aprire allor che n' hanno il destro ;
Onde gli vedi giungere agli onori
Del dottorato delle bestie, e dopo
Mieter venerei vergognosi allori,
Unica meta, ed onorevol scopo !
26/10/11
Frutti...invernali!..
Quanto la stagione cambia e i frutti prodotti dagli alberi finiscono, solo alcuni restano per aiutare gli animali a sopravvivere durante il lungo inverno. Questo, nella foto, è uno dei tanti, ma non ne conosciamo il nome, di certo non è una pianta molto conosciuta. Se vi incuriosisce provate a rispondere, abbiamo fotografato l'albero intero (nelle foto:" Ottrobre luci e colori.."). Molti colleghi blogger partecipano a premi e gare per farsi votare, noi abbiamo scelto una linea diversa, e cioè quella della condivisione senza secondi fini..., liberi di essere chiari e non avere vincoli o pubblicità, per pochi millesimi di euro, non abbiamo velleità di sorta, non cerchiamo la gloria, non siamo degli eroi, non siamo dei briganti (vorremmo esserlo), non ci sentiamo i detentori della verità.... ma alcune cose vanno dette, scandagliate, anche in maniera certosina, per poter comprendere e approfondire le nostre conoscenze. La politica, come ogni pezzo che compone la società, ha bisogno di pulizia mentale, chiarezza negli obiettivi, tenacia nel perseverare, quando il caso lo richiede, fiduciosi ed entusiasti per operare secondo scienza e coscienza, e non avendo al primo posto il guadagno fine a se stesso, che può, si arricchirci economicamente, ma inpoverirci dal lato umano. Vorremmo, per questo e tanto altro, condividere con voi una poesia in dialetto calabrese, che a noi è molto cara.
RICCHIZZA E PPEZZENTIA
'Un ti cridìre ca si ffattu riccu,
mo chi ti vidi quattru sordi e parte;
'un sù lli sordi chi fanu 'a ricchizza,
ca chissa ccu lli sordi nun s'accatte.
I sordi chi t'ha fattu sù mmunnizze
ch'eddunne sù benute si nni vanu
lassannute kjù povaru e cum'ere:
povaru e kore, povaru e penzieri,
povaru e 'na ricchizza ch'un canusci
e cch'è chiamata Donna Gentilizza.
E. Benincasa
Tratta da:"Liriche in vernacolo calabrese" Edito da Pellegrini 1981
RICCHIZZA E PPEZZENTIA
'Un ti cridìre ca si ffattu riccu,
mo chi ti vidi quattru sordi e parte;
'un sù lli sordi chi fanu 'a ricchizza,
ca chissa ccu lli sordi nun s'accatte.
I sordi chi t'ha fattu sù mmunnizze
ch'eddunne sù benute si nni vanu
lassannute kjù povaru e cum'ere:
povaru e kore, povaru e penzieri,
povaru e 'na ricchizza ch'un canusci
e cch'è chiamata Donna Gentilizza.
E. Benincasa
Tratta da:"Liriche in vernacolo calabrese" Edito da Pellegrini 1981
23/10/11
L' AVARIZIA 2°
Questo è il secondo dei vizi capitali di Leonardo Mazza, visto l'interesse suscitato, continuiamo a pubblicare per portare a conoscenza di tanti, questi capolavori, ancora grazie alla mia compagna,Mariella, che ha ricopiato il testo...con tanta pazienza....... buona lettura.
L'AVARIZIA
Qual coccodrillo ingordo, il quale infetta
Con l'alito pestifero le sponde
Del Nilo egizio, e la sua preda aspetta,
Su cui non sazia le sue sanne immonde;
E dopo aver succhiato il sangue tutto
Piange sovr' essa ; e ancor più sitibonde
Volge altrove le brame, e morte e lutto
Lascia nei luoghi, ove le tracce imprime
Del suo funest' orror, mostrossi brutto :
Tale un mostro è quaggiù, che molti opprime
Degli uomini, cui giunge il suo fatale
Alito, e i moti d'onestà reprime..
E' l'avarizia ingorda ! orribil male
Che tutto infetta dei viventi il core,
Ed obbliar gli fa di esser mortali.
Vedi colà quell'uom con quanto ardore
Suda, e fatica, onde acquistar tesoro
E bearsi del suo falso splendore?
E' desso un vile avaro, a cui martoro
Son le ricchezze sue, forse acquistate
Della virtù con onta, e con disdoro.
V' ha chi di sangue uman forse bagnate
Porta le mani, onde acquistar ricchezze
Anco all' orrore dei delitti amate.
Chi d' impudico amore alle carezze
Cede, e non cura onor, onde acquistare
Beni, di cui son vane le dolcezze
V' ha chi si mette in pubblico a rubare
O con la forza, o con gl' inganni, e veggio
Dell' indigente il sangue, ahimè ! succhiare.
Mille furfanti a lui fanno corteggio,
E ovunque passa, lascia la ruina
Di sui delitti, d' ingiustizie, e peggio.
V' ha chi ricuopre sordita rapina
Col nero vel di farsa ipocrisia,
Onde ingannare la bontà divina.
Il veggio frequentar l' Eucarestia,
E nei Delùbri andar da mane a sera
Cantando e paternostri, e avemaria ;
Con torto il collo, ed umile la ciera,
Il veggio andar mostrando una pietade,
Che non so dir se sia fallace, o vera :
E' desso un sozzo avaro, il qual bontade
Affetta, e con parole, e nello esterno ;
Ma orribil chiude in sen malignitade.
Se di questi nel cor guardo, e discerno,
Veggio, che di umiltà sotto lo aspetto
Si nascondono, ahimè ! furie d' inferno,
Sol dominate dal possente affetto
Dell' avarizia, che le fa crudeli
Contro sè stesse, lacerando il petto.
Ed imitando ancor degl' infedeli
Ebrei l' oprato, fanno che l' usura
Sotto aspetto del ben ella si celi.
Vedi colui che affetta di aver cura
Degl' indigenti, e sollevarli mostra
Nella miseria opur nella sventura?
Egli è l' obrobrio della stirpe nostra !
E' desso un usuraio, un crudo avaro,
Che innanzi all' oro le ginocchia prostra.
Ei presta i suoi favori a prezzo caro
E il dar per cento il cento, e peggio ancora,
Alla coscienza sua non è discaro.
E' l' avarizia un verme, che martora
Il cuor di quei, che credono, ignoranti !
Eterna esser quaggiù la lor dimora :
Onde li vedi or vili, or petulanti
Andar sempre cercand' oro ed argento,
E farne i loro Numi, e i loro Santi.
Nello splendor dell' oro hanno il contento,
E ritenendol chiuso entro lo scrigno,
Vivono in grembo a vergognoso stento.
Con abito sudicio, e viso arcigno,
Li veggio camminar lungo la via ;
Nè ad essi volge un uom guardo benigno.
Maledetta da Dio vile genia !
Sei di te stessa capital nemica,
E meni vita vergognosa , e ria !
Con fronte baldanzosa ed impudica
Vanti ricchezze , in acquistar le quali
Tu la colpa soltanto avesti amica !
Vane lusinghe ! Ormai siete mortali,
E le ricchezze ancor con voi morranno,
Tristi avari cagion dei vostri mali !
Veggio di quelli ancor, che in alto stanno
Dall' avarizia infetti andar frugando
Gli scrigni altrui con ansia, e con affanno ;
E alla giustizia ormai donando il bando .
Vendon le leggi al ricco baldanzoso
Con sacrilegio, ahimè ! troppo nefando .
Vi sono anco di quei, che vergognoso
Traffico fanno delle cose sante,
Offrendolo a quel ricco burbanzoso :
Onde un malvaggio vedi, ed un furfante
Nel tempio del Signor, già profanato,
Lasciar le tracce delle infami piante .
E far delle coscienze altrui mercato,
Offrendo agl' ignoranti a larga mano
Cose, che il darle, a Dio è riservato .
Meglio se taccio ; chè il dolermi è vano ;
Quando avarizia insuperbita, e forte
In ogni luogo ha posto il piè profano .
Ecco albergar la veggo entro la Corte,
E dal superb' ostello alla capanna,
Spander la peste sua peggio che morte .
La veggio in sagrestia sedere a scranna,
Leggi dettare a frati e sacerdoti,
Ognun dei quali ad acquistar si affanna .
E sol dell' oro, ahimè ! fatti devoti,
Pensano sempre ad arricchir l' altare
Con pingui ereditadi, ed altre doti .
Questi, perchè non vogliono imitare
La povertà di un Dio, maestro e duce,
Che volle a tutti l' umiltà mostrare ?
Perchè li abbaglia più la falsa luce
Dell' oro, e dell' argento, e non la face
Che su l' altar di Dio chiara riluce .
Ch' è l' avarizia un mal seppe l' audace
Perseo di Pidna sotto la muraglia,
Dopo che a Genzio disturbò la pace .
Sergio, Caton, Lucullo, e la ciurmaglia
Degli altri avari sordida e meschina
Seppero quanto l' avarizia vaglia :
E il seppe quel dottor di medicina,
Che per empir la borsa di danari,
Di un Parroco sposò la concubina .
Sappiate ormai, che a Dio soltanti cari
Son gl' indigenti, a cui largisce il bene,
E i ricchi annega in agitati mari,
Ove dei lor delitti hanno le pene .
21/10/11
Politica e follia...Uomo e follia
Abbiamo voluto porre il problema dei pscofarmaci, per cercare una nesso tra politica e follia, tra benessere e follia, tra potere e follia, tra sentimento e follia, e ancora tra il tempo e il vivere. Abbiamo attentamente analizzato questi campi scandagliando tutto, o quasi, e la risposta è stata:" Esite il nesso tra alterazioni pischiche e mutamenti...... economici, sentimentali e chi più ne ha più ne metta, stà di fatto che quando avviene un mutamento.... può cambira tanto.. forse tutto. Noi abbiamo preso in esame cosa può comportare avere il potere, ad esempio, ebbene tanto,forse non si conoscono alcuni meccanismi di mercato, che non guardano il sentimento umano, forse si dovrebbe porre fine a tutto ciò. C'è la necessità di mutare questo modo di essere, anzi è indispensabile che il genere umano valuti attentamente le conseguenze di alcune azioni che potrebbero, irrimediabilmente, essere compromesse e ognuno di noi divenire un semplice numero... meditate gente.... meditate.! Che cos'è la follia?
Credo che esistano due concetti nettamente distinti dì follia.
Uno è orientato alla società, l'altro lo definirei orientato all'individuo.
Nel concetto di follia legato alla società, specie nelle letterature moderne,il matto è colui che è più cosciente delle convenzioni e dell’assurdità della vita borghese (Pirandello "Uno,nessuno e centomila"). Quindi,nel concetto dì salute psichica orientata alla società, l'uomo è sano quando è all’altezza dei compiti che la società gli assegna, ovvero quando funziona in modo conforme ai bisogni di una data società.
Il concetto umanistico, invece, sì distingue nettamente da quello orientato alla società. Non è il funzionamento conforme ad una data società a determinare che cosa sia la malattia o la salute psichica,ma criteri insiti nell'uomo stesso. Esiste infatti il concetto di follia spesso utilizzato in psichiatria:la follia consiste nella presenza di malattia psichica. Di conseguenza,possiamo parlare di individuo relativamente sano,se non c’è nessuna nevrosi,psicosi o sintomo psicosomatico, e se su un piano socialmente rilevante non ci sono alcolismo, omicidi e disperazione
Mi hanno chiamato folle; ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell'intelletto, se la maggior parte di cio che è glorioso, se tutto cio che è profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione della mente a spese dell'intelletto in generale. (Edgar Allan Poe)
16/10/11
Mutamento... e Oltre
Quando il tempo è finito, avviene un cambiameno piccolo o grande. Le stagioni sono un naturale mutamento dei cicli terreni, l'autunno porta con se un mutamento lento e inesorabile, inarrestabile che riesce a modificare quasi totalmente il panorama naturale, e con esso muta anche lo stato d'animo dell'uomo. Latente, mai certa subentra una forma di depressione, che porta a chiudersi per non avere contatti con nessuno, per non continuare a vivere, l'anzia prende il sopravvento bloccandoti dove ti trovi con un nodo alla gola, che ti rende impotente nell'affrontare i gesti quotidiani, che ti fa sentire inutile, ti fa sentire incapace e senza volerno entri in un tunnel che non ti permette di vedere la luce, la via d'uscita, ti dibbatti tra rovi, tra sterpi, tra spine e non riesci a capire come fare,... cosa fare, il tempo scorre lento,... quasi a volerti condannare al tuo dolore, rallentare vuol dire allungare il tempo della sofferenza. Queste alcuni sintomi di chi ha conosciuto o vive la depressione, il bipolarismo e tutte le patologie inerenti la pischiatria moderna. L'Italia è, tra i paesi industrializzati e oggi poveri, tra i maggiori consumatori di piscofarrmaci, che il più delle volte sono prescritti senza una vera diagnosi, fatta da pseudo professionisti che non conoscono la materia. I psicofarmaci devono esssere prescritti da chi conosce la materia, ed è in grado di fare una diagnosi vera, reale e non superficiale e soprattutto non sottovalutare alcuni sintomi ritenuti marginali...... Attenzione, attenzione.... l'allarme è lanciato da autorevoli professionisti, i quali ritengono l'abuso un danno enorme, sia per i pazienti che per la collettività, e non si possono somministrare cure che danneggiano, irrimediabilmente, la mente umana. Tutto questo nasce unicamente dal desiderio di chiarire che, senza conoscenza della materia non si può e non si deve essere superficiali.... E' solo un allarme che va dato a quanti vivono, o hanno vissuto, il dramma del malessere dei tempi moderni, ma non solo, la condizione di impotenza e di insesibilità d'animo, di chi vive queste patologie, collegate tutte da un solo e unico denominatore; la sensisilità e l'amore.
11/10/11
News Politica.... e Oltre
Lettera alle Istituzioni locali di Bocchigliero (cs)
Caro Comune, ti scrivo per chiederti alcune cose che riteniamo importanti, molti cittadini sono interessati alle tue risposte.
E' questo il modo di amministrare la cosa pubblica????
Ma noi, vorremmo risposte anche dall'opposizione che, tardivamente ha sollevato il problema, e comunque vorremmo conoscere l'iniziative che intende assumere per tale atto, che a noi sembra molto grave, per una serie di cose che non stiamo qui ad elencare, ma la dignità è al primo posto e quella caro comune ed egregia opposizione và assolutamente rispettata.
Alcuni cittadini di Bocchigliero
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| Luigi Zuppardi http://luciecolori-ginozup.blogspot.com/ |
Alcuni giorni addietro chiacchierando tra amici e utilizzando il collegamento pubblico, o comune, grazie ancora per l'iniziativa che non ci stancheremo mai di lodare, siamo andati a vedere alcuni bandi per la richiesta di adeguamento per le persone disabili, o che hanno bisogno di abbattere le barriere architettoniche, è una legge Regionale, dove si fà obbligo ai comuni di informare tutti i cittadini con incontri, dibattiti e pubbliche assemblee!!, questo perchè non è stato fatto??
Ma questo non ci basta vorremo sapere come mai solo due cittadini di Bocchigliero hanno fatto domanda???E' questo il modo di amministrare la cosa pubblica????
Ma noi, vorremmo risposte anche dall'opposizione che, tardivamente ha sollevato il problema, e comunque vorremmo conoscere l'iniziative che intende assumere per tale atto, che a noi sembra molto grave, per una serie di cose che non stiamo qui ad elencare, ma la dignità è al primo posto e quella caro comune ed egregia opposizione và assolutamente rispettata.
Alcuni cittadini di Bocchigliero
09/10/11
Domenica.. con il Papa
Il Papa oggi, 9 ottobre 2011, è in Calabria, ha celebrato la messa a Lametia Terme e nel pomeriggio si recherà alla certosa di Serra San Bruno, http://www.certosini.org/ tra le certose più belle che abbiamo in Italia. Il Papa ha parlato di radici cristiane e di valori che devono essere rivitalizzati attraverso i giovani, tutti hanno chiesto al Papa di pregare per questa terra martoriata dalla 'Ndrangheta, dalle connivenze con la politica e dalla cultura mafiosa. Noi non possiamo che condivirere e rilanciare con forza queste cose, aggiungendo che le coscenze devono avere un nuovo modo di vedere il futuro di questa terra, madre e matrigna, dolce e violenta, dove lo stato per troppo tempo è stato completamente assente.... svegliatevi e ricostruiamo le coscenze delle nuove generazioni che sono il nostro futuro.
07/10/11
Estate.....
L'estate stà finendo, finalmente diranno in tanti, in effetti le temperature si abbasseranno e ci saranno forti venti provenienti da nord. Ma le stagioni portano con loro anche i cambiamenti pisco fisici in tutti gli esseri viventi. Auguriamo a tutti voi cambiamenti positivi che possano donarvi la felicità che desiderate.. e Oltre.
Delucidando.... e Oltre
![]() |
| Veduta di Bocchigliero(cs) |
Il primo gruppo di sei emendamenti di modifica del comma 29 della legge di riforma delle intercettazioni, va nel senso di limitare l'applicabilità della rettifica ai soli giornali online, e tale intendimento è sicuramente legittimo. Se la rettifica è istituto rivolto ai giornali cartacei non si vede per quale motivo non possa essere invocata per i corrispondenti siti online.
Uno degli emendamenti (il 950, di Cassinelli, Palmieri, Scandroglio, Barbareschi) si inserisce in una prospettiva completamente divergente rispetto agli altri, rendendo anche incomprensibile il raggruppamento con i primi sei, come se avessero tutti la stessa ratio. L'emendamento 950, infatti, a differenza degli altri non distingue affatto tra informazione professionale e non professionale: invoca la rettifica per tutti i “siti informatici” anche non costituenti giornali online, addirittura sostituendo siti informatici con “contenuti diffusi sulla rete internet”, così realizzando una potenziale estensione a tutto ciò che viene immesso in rete. L'unica concessione è data dall'allungamento dei tempi della rettifica, due giorni giornali online, mentre per tutti gli altri contenuti digitali viene portato a 10 giorni.
Il problema del comma 29 non è dato tanto dai tempi della rettifica, quanto piuttosto dall’indebita e burocratica parificazione (anche se parziale) tra stampa in rete, laddove tale parificazione è stata a più riprese disconosciuta dalla Suprema Corte di Cassazione (ad es. sentenza 10535 del 2008 e 35511 del 2010). Chiarito ciò, va rilevato che la semplice proposizione di sei emendamenti tendenti a limitare l'applicabilità del comma 29 ai soli giornali online di per sé già contraddice una eventuale interpretazione sistematica del suddetto comma. Infatti, si è pur detto che la particolare collocazione della norma, la quale di fatto va a modificare un articolo della legge sulla stampa, sarebbe argomento sufficiente per limitarne l'applicabilità ai giornali online. Ma se così fosse non avrebbe alcun senso l’affannarsi di alcuni politici nel modificare quella norma al fine di limitarne la portata nel senso che già sarebbe ricavabile dà un'interpretazione sistematica della stessa.
A riguardo va detto che la prima versione del comma 29 recitava “siti informatici” e basta, e proprio come per impedire una possibile interpretazione sistematica, lo scorso anno la Camera modificò la norma aggiungendo l'inciso “ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”. Se nella categoria siti informatici sono compresi anche i giornali online, appare evidente che tale categoria deve essere più ampia, comprendendo anche qualcosa di più rispetto ai soli giornali online.
Ci permettiamo infine un'ultima osservazione. Qui nessuno ha intenzione di fare del catastrofismo giudiziario, del resto abbiamo cercato di evitare il più possibile, a parte i titoli che devono essere necessariamente sintetici, l’indicazione di “ammazza blog”, come pure è ormai comunemente conosciuto il comma 29. È ovvio che il comma 29 non ammazzerà la rete, però è importante capire bene quali sono (o potrebbero essere) i risvolti pratici in particolare l'imposizione sul nostro blog personale dell'opinione altrui, anche palesemente falsa, in assenza di qualsivoglia illecito da parte nostra, solo perché il soggetto citato nel nostro articolo ritiene a suo insindacabile giudizio di essere stato leso nella sua reputazione.
A tale proposito risulta illuminante una pronuncia della Pretura di Milano del 26/5/86: “L’istituto della rettifica disciplinato dall’art. 42 legge 416/1981 (NB. norma che modificò l’art. 8 della legge sulla stampa) riconosce, a chi soggettivamente si ritenga leso da un’informazione non rispondente a realtà, il diritto ad ottenere la pubblicazione della “propria verità”, garantendo così una dialettica nell’ambito del sistema di informazione; è pertanto superfluo il vaglio dell’esattezza della notizia originaria”. E con la sentenza n. 10690 del 24 aprile 2008, la Suprema Corte ha precisato che “l’esercizio del diritto di rettifica… è riservato... alla valutazione soggettiva della persona presunta offesa, al cui discrezionale ed insindacabile apprezzamento è rimesso tanto di stabilire il carattere lesivo della propria dignità dello scritto o dell’immagine, quanto di fissare il contenuto ed i termini della rettifica…”. Stiamo parlando di un istituto che ha la sua ragione di essere nella disparità tra un giornale oppure un telegiornale e il singolo privato cittadino, disparità che non esiste affatto tra, ad esempio, un politico che pretende la rettifica dal blog di un singolo privato cittadino!
Si tratta, quindi, dell'ennesimo tentativo di privatizzazione della tutela di interessi personali con ovvia possibilità di abusi e strumentalizzazioni. Allo stato, ovviamente, non è dato sapere quante saranno le richieste di rettifica, dopo l'approvazione di questa norma, ma conviene porsi fin da adesso una domanda: voi che avete un blog, voi che fate informazione in rete, anche, anzi soprattutto se non siete giornalisti, se qualcuno vi chiedesse di rettificare un articolo vero e documentato, con una rettifica basata solo su dati palesemente falsi, rischiereste per questo una multa fino a 12.500 euro?
Perciò, nonostante la bontà degli emendamenti sopra ricordati, i quali in altre circostanze sarebbero stati appoggiati senza alcun ripensamento, la nostra posizione in merito non può che essere quella di rifiutare categoricamente una qualsiasi modifica al famigerato comma 29.
Non dobbiamo, infatti, perdere di vista il quadro generale focalizzandoci solo su quello che, pur importante, è solo un particolare, laddove il quadro generale è dato dalla legge di riforma delle intercettazioni. Anche semplicemente discutere di una modifica del comma 29 vuol dire premettere l'accettazione dell'approvazione della legge di riforma che introdurrà pesanti limitazione non solo all'attività di indagine della magistratura ma anche a quella di informazione dei giornalisti.
Che senso avrebbe difendere la libertà di manifestazione del pensiero del cittadino in rete, modificando il comma 29 in modo da consentire il dialogo e la possibilità di espressione della propria opinione in merito agli avvenimenti politici del giorno, quando di quegli avvenimenti non si potrà sapere praticamente quasi nulla? Come si può seriamente ritenere libero un cittadino di partecipare alla vita politica se di quella vita politica ne avrà una conoscenza soltanto parziale? Come si potrà esercitare la sovranità popolare, se il popolo non sarà correttamente informato delle vicende che toccano la sua classe politica?
E non sembri eccessivo un richiamo alla sovranità popolare, in quanto è la stessa Suprema Corte che con la sentenza n. 16236 del 9 luglio 2010, afferma: “intanto il popolo può ritenersi costituzionalmente ‘sovrano’ in quanto venga, al fine di un compiuto e incondizionato formarsi dell’opinione pubblica, senza limitazioni e restrizioni di alcun genere, pienamente informato di tutti i fatti, eventi e accadimenti valutabili come di interesse pubblico”.
In conclusione, la priorità non è correggere il comma 29 bensì contrastare, e con forza, il disegno di legge di riforma delle intercettazioni. Una proposta di legge che addirittura si porrebbe in contrasto con le sentenze della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, la quale ha più volte ribadito (sentenza del 7 giugno 2007, ricorso n. 1914/02, affare Dupuis) che l’importanza a fini pubblici di una vicenda rende del tutto legittima la pubblicazione anche di notizie coperte dal segreto, sancendo la prevalenza della libertà di stampa sul diritto alla privacy delle persone note come i politici e gli uomini di Stato.
Ecco perché, a seguito di una profonda, sofferta ma ragionata discussione, siamo convinti di dover dire no agli emendamenti del comma 29. Emendamenti no grazie, ma soprattutto bavaglio no grazie!
Bruno Saetta
@valigia blu - riproduzione consigliata
Articolo tratto da : http://www.valigiablu.it/
02/10/11
La Superbia I°vizio capitale...di Leonardo Mazza
Questo è il primo dei vizi capitali, inizieremo da questo per arrivare a pubblicare tutti i 7 vizi capitali scritti da Leonardo Mazza da Bocchigliero.
Tanti ci chiedono notizie su questo paesano, noi ci stiamo provando.. intanto gustatevi come scriveva questo bocchiglierese.
La Superbia
Qual uragano, che dai monti altieri
Cala fremendo, e nelle valli amene
Lascia di sue ruine orme, e sentieri;
Qual'onda, che mugghiando altra sen viene
Accavallata su i cerulei campi
Scuotendo i fianchi delle rauche arene,
Qual notte oscura, a cui funesti lampi
Squarciando il seno, e nel notturn'orrore
Sembra che il mondo abbandonato avvampi;
Tale fra noi quaggiù scese un errore,
Nato nel cielo, ed alla stirpe umana
Cagion di pianto immenso, e di dolore;
E la superbia! Di satan la vana
Cieca lusinga di uguagliarsi a Dio,
Che in sè si ride di una mente insana.
Ove innalzi,Lucifero, il desio?
Di farti un Nume? Oìbò! Vana è l'impresa,
Se del mare maggior vuol fars' il rio.
Empio! Punisce l'inaudita offesa,
Il Ciel, che abbatte la ribella schiera,
Che nel fuoco infernal giace prostesa.
Dimmi, Adamo, dov'è la tua primiera
Santa virtù, che ti facea dal Cielo
Scende l'angel di Dio da mane a sera?
Più non sei giusto: e di ria colpa il velo
Adombra l'alma tua, onde avvilito
Andrai ramingo, esposto al caldo, al gelo;
Anche al soglio di Dio volgesti ardito
L'avido sguardo; e nell'ardir tuo cieco
Non conoscesti ch'ei tropp'alto è sito?
L'Eden lasciasti, in solitario speco
Ad abitar ne andasti; e nell'esiglio
La Morte, il Pianto, il Duol vennero teco;
Perchè della superbia il duro artiglio
Carpì del core tuo le voglie impure
Onde impudente al Ciel volgest'il ciglio:
E del Nume spezzando le fatture,
Che a te d'intorno quai zelanti ancelle
Somministravan le modeste cure.
Al tuo Signor ti fèsti,ahimè!ribelle,
E della Terra nn curando il Trono,
Far ti volevi un di' Re delle stelle.
Vana lusinga!Le creature sono
Atomi vili,che disperde un solo
Girar di ciglio dell'eterno Buono.
Quelli che vuo!troppo innalzarsi al volo
D'Icaro imi'tà i mal sicuri vanni,
E vien dall'alto a rotolar nel suolo.
Quegli che vedi sui gemmati scanni,
Superbo assiso,del Signor la mano
Nella miseria immerge,e negli affanni:
E l'infelice si dibatte invano;
Chè i vili esalta,e i potenti abbatte,
Del tutto il Re col suo poter sovrano.
Quei,che l'aspro sentier di gloria batte,
E fra i disagii di una vita onesta
Ama virtude,e il vizio sol combatte,
Nol vedi burbanzoso alzar la testa,
Ned insultare il debole che geme
Sotto capanna ruvida,e modesta:
Umil cammina;nè il dispregio teme
Di un qualche vil;nè la calugna infame
Con l'alito pestifero lo preme.
Quegli,al contraio,che le ingorde brame
Volge ad onor da lui unqua mertati,
Superbo incede fra le genti grame,
Tutti i buoni son già da lui sprezzati:
Ed ei;perchè si vede in qualche posto,
Vuol tutti ai piedi veder prostrati.
Ei vile!tenda d'innalzarsi a costo
Della virtude,e dell'altrui fortuna,
Chè un cuor malvagio a dentro il sen nascosto.
Quale sentina in cui tutta si aduna
La impura feccia di orrida sozzura,
E' dei superbi il cor, che in se raguna
D' infami vizii orribile lordura,
Che sopra i monti, e nell'ameno lande
L'alito emana di sua peste impura.
Non è l'impiego, che fa l'uomo grande,
Ma è l'uomo grande, che il suo posto onora,
E a sè d' intorno chiara luce spande.
Un uomo infame il posto disonora;
E sempre è vil, quantunque burbanzoso
Con vera ipocrisia l' opre colora:
Non innalzi la fronte baldanzoso
Quegli, che sol di falsi merti è adorno;
Ma chini al suolo il guardo vergognoso.
Come coi raggii il sol rischiara il giorno,
Così con l'opre la virtù si mostra,
E sempre briila dell'invidia a scorno.
E voi, dinnanzi a cui tutta si prostra
Umil plebaglia intimorita, e vile
Adulatrice della boria vostra.
Credete che vi scorra un più gentile
Sangue per dentro alle patrizie vene,
E sia la stirpe d'altra gente umìle?
Credete che sia grande chi ritiene
Cento degli avi affumicate tele,
Lieti ricordi di sofferte pene?
Chi è degli avi suoi germe infedele
E vanta sol di quei la glori' antica,
Li disonora in modo assai crudele.
A quei, che tiene la virtù nemica,
E non ha merti personal', il vanto
Che giova dell'altrui fronte pudica?
Fa come quei, che in su la scena il manto
Indossa dei sovrani, e rappresenta
Un finto Rege; un Baco, un Radamanto,
Fa come Scimia, che imitar già tenta
L' opre dell'uomo, e spinge il volgo al riso
Quando la vede alla bell' opra intenta.
Giù, vigliacchi, abbassate il fiero viso;
Nè della stirpe producete i vanti,
Quando avete di fango il capo intriso.
Oggi vediam fra noi mille furfanti
Dal regolo sotiti, o dall'incude,
Vantar natali, e poi farsi arroganti.
Vili ! Voi stessi la superbia illude,
E l'arroganza vostra ognun disprezza ;
Chè un cuor vigliacco nel suo sen racchiude
Ogni patrizio, la cui grande altezza
Solo consiste in arrogante fasto
Di titoli mal compri, e di fierezza.
V' è chi si vanta d' ubertoso e vasto
Retaggio di poderi, e di tesori
Dagli avi trapassati a lui rimasto:
Ed ei ripon la cima degli onori
In posseder dovizie in abbondanza,
Qual mezzo di delitti, e disonori.
Dimmi : perchè nel cor tanta baldanza?
Perchè sei ricco? Ebben ! nel sol danaro
Tutta riponi, o vil, la tua jattanza?
Fors'è l'acquisto di malvagio avaro
La tua ricchezza, o figlia di un delitto,
Che il ricordarlo ti sarà discaro.
Ogni uomo onesto, che cammina dritto,
Dopo molte fatiche appen' acquista
Quanto gli basta a procacciars' il vitto.
Ond' egli suda, gela, e si rattrista,
E in fin degli anni alla diletta prole
Lascia miseria di virtù commista.
Che val dunque, o superb' il far parole,
E millantarvi di propizia sorte,
Se l' opre vostre sono esposte al sole?
Se in man tenete il dritto del più forte?
Rubate , assassinate ogn' uom onesto?
Vili e furfanti a voi fanno la corte?
Onde vi giova il camminar modesto,
Acciò nessun vi guardi, e nella mente
Non ridesti per voi pensier funesto.
Vedi avanzare ancor superbamente
I semidotti, che imparato avranno
Appena un cujus, o non sanno niente ;
Onde li vedi assisi in su lo scanno
Far i dottori, e schiccherare al volgo
Mille sentenze, che le bestie sanno.
Ahimè ! che invano il mio pensier rivolgo
A questa vile perfida canaglia,
E dei delitti loro invan mi dolgo.
E' il tempo, in cui soltanto la murmaglia
Degli ignoranti, dei superbi, e tristi
Fiera s' innalza, ed i vigliacchi abbaglia !
Vedi una ciurma d' ignoranti artisti
Delle bell' arti profanare il tempio;
E star Filosofia entro i Sofisti.
Poi delle leggi vedi orrendo scempio
Far gli avvocati tutti, e i magistrati,
Che fanno Astra tremar pel tristo esempio.
Vedi colà superb' innamorati
Vantar l'amore di pretesa donna ;
Cui giungono, ma indarno, i trsti piati.
Veggio superba mettersi la gonna
Quella furbetta , che le donne imita
Del Tevere, dell'Arno, e di Garonna.
Vili ! non sanno che la corta vita
Sempre trascorre, ahimè ! dentro gl' inganni,
E di lusinghe vane ancor nutrita?
Giù giù calate, o superbotti, i vanni,
Nè della sorte vi fidate assai ;
Chè nella gioia vengono gli affanni.
Sol nei dorati alberghi entrano i guai,
E della plebe, dall' umil capanna
La pace, il fido amor non fuggon mai.
Or tu che vuoi sederti in su la scranna
Per giudicar da lungi mille miglia
Con la veduta corta di una spanna.
Sappi che di Satanno infausta figlia
E' la superbia, ed il Signor discaccia
Dal core suo chi a lei si rassomiglia ;
E gli umili soltanto al seno abbraccia.
Tanti ci chiedono notizie su questo paesano, noi ci stiamo provando.. intanto gustatevi come scriveva questo bocchiglierese.
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| La Superbia |
Qual uragano, che dai monti altieri
Cala fremendo, e nelle valli amene
Lascia di sue ruine orme, e sentieri;
Qual'onda, che mugghiando altra sen viene
Accavallata su i cerulei campi
Scuotendo i fianchi delle rauche arene,
Qual notte oscura, a cui funesti lampi
Squarciando il seno, e nel notturn'orrore
Sembra che il mondo abbandonato avvampi;
Tale fra noi quaggiù scese un errore,
Nato nel cielo, ed alla stirpe umana
Cagion di pianto immenso, e di dolore;
E la superbia! Di satan la vana
Cieca lusinga di uguagliarsi a Dio,
Che in sè si ride di una mente insana.
Ove innalzi,Lucifero, il desio?
Di farti un Nume? Oìbò! Vana è l'impresa,
Se del mare maggior vuol fars' il rio.
Empio! Punisce l'inaudita offesa,
Il Ciel, che abbatte la ribella schiera,
Che nel fuoco infernal giace prostesa.
Dimmi, Adamo, dov'è la tua primiera
Santa virtù, che ti facea dal Cielo
Scende l'angel di Dio da mane a sera?
Più non sei giusto: e di ria colpa il velo
Adombra l'alma tua, onde avvilito
Andrai ramingo, esposto al caldo, al gelo;
Anche al soglio di Dio volgesti ardito
L'avido sguardo; e nell'ardir tuo cieco
Non conoscesti ch'ei tropp'alto è sito?
L'Eden lasciasti, in solitario speco
Ad abitar ne andasti; e nell'esiglio
La Morte, il Pianto, il Duol vennero teco;
Perchè della superbia il duro artiglio
Carpì del core tuo le voglie impure
Onde impudente al Ciel volgest'il ciglio:
E del Nume spezzando le fatture,
Che a te d'intorno quai zelanti ancelle
Somministravan le modeste cure.
Al tuo Signor ti fèsti,ahimè!ribelle,
E della Terra nn curando il Trono,
Far ti volevi un di' Re delle stelle.
Vana lusinga!Le creature sono
Atomi vili,che disperde un solo
Girar di ciglio dell'eterno Buono.
Quelli che vuo!troppo innalzarsi al volo
D'Icaro imi'tà i mal sicuri vanni,
E vien dall'alto a rotolar nel suolo.
Quegli che vedi sui gemmati scanni,
Superbo assiso,del Signor la mano
Nella miseria immerge,e negli affanni:
E l'infelice si dibatte invano;
Chè i vili esalta,e i potenti abbatte,
Del tutto il Re col suo poter sovrano.
Quei,che l'aspro sentier di gloria batte,
E fra i disagii di una vita onesta
Ama virtude,e il vizio sol combatte,
Nol vedi burbanzoso alzar la testa,
Ned insultare il debole che geme
Sotto capanna ruvida,e modesta:
Umil cammina;nè il dispregio teme
Di un qualche vil;nè la calugna infame
Con l'alito pestifero lo preme.
Quegli,al contraio,che le ingorde brame
Volge ad onor da lui unqua mertati,
Superbo incede fra le genti grame,
Tutti i buoni son già da lui sprezzati:
Ed ei;perchè si vede in qualche posto,
Vuol tutti ai piedi veder prostrati.
Ei vile!tenda d'innalzarsi a costo
Della virtude,e dell'altrui fortuna,
Chè un cuor malvagio a dentro il sen nascosto.
Quale sentina in cui tutta si aduna
La impura feccia di orrida sozzura,
E' dei superbi il cor, che in se raguna
D' infami vizii orribile lordura,
Che sopra i monti, e nell'ameno lande
L'alito emana di sua peste impura.
Non è l'impiego, che fa l'uomo grande,
Ma è l'uomo grande, che il suo posto onora,
E a sè d' intorno chiara luce spande.
Un uomo infame il posto disonora;
E sempre è vil, quantunque burbanzoso
Con vera ipocrisia l' opre colora:
Non innalzi la fronte baldanzoso
Quegli, che sol di falsi merti è adorno;
Ma chini al suolo il guardo vergognoso.
Come coi raggii il sol rischiara il giorno,
Così con l'opre la virtù si mostra,
E sempre briila dell'invidia a scorno.
E voi, dinnanzi a cui tutta si prostra
Umil plebaglia intimorita, e vile
Adulatrice della boria vostra.
Credete che vi scorra un più gentile
Sangue per dentro alle patrizie vene,
E sia la stirpe d'altra gente umìle?
Credete che sia grande chi ritiene
Cento degli avi affumicate tele,
Lieti ricordi di sofferte pene?
Chi è degli avi suoi germe infedele
E vanta sol di quei la glori' antica,
Li disonora in modo assai crudele.
A quei, che tiene la virtù nemica,
E non ha merti personal', il vanto
Che giova dell'altrui fronte pudica?
Fa come quei, che in su la scena il manto
Indossa dei sovrani, e rappresenta
Un finto Rege; un Baco, un Radamanto,
Fa come Scimia, che imitar già tenta
L' opre dell'uomo, e spinge il volgo al riso
Quando la vede alla bell' opra intenta.
Giù, vigliacchi, abbassate il fiero viso;
Nè della stirpe producete i vanti,
Quando avete di fango il capo intriso.
Oggi vediam fra noi mille furfanti
Dal regolo sotiti, o dall'incude,
Vantar natali, e poi farsi arroganti.
Vili ! Voi stessi la superbia illude,
E l'arroganza vostra ognun disprezza ;
Chè un cuor vigliacco nel suo sen racchiude
Ogni patrizio, la cui grande altezza
Solo consiste in arrogante fasto
Di titoli mal compri, e di fierezza.
V' è chi si vanta d' ubertoso e vasto
Retaggio di poderi, e di tesori
Dagli avi trapassati a lui rimasto:
Ed ei ripon la cima degli onori
In posseder dovizie in abbondanza,
Qual mezzo di delitti, e disonori.
Dimmi : perchè nel cor tanta baldanza?
Perchè sei ricco? Ebben ! nel sol danaro
Tutta riponi, o vil, la tua jattanza?
Fors'è l'acquisto di malvagio avaro
La tua ricchezza, o figlia di un delitto,
Che il ricordarlo ti sarà discaro.
Ogni uomo onesto, che cammina dritto,
Dopo molte fatiche appen' acquista
Quanto gli basta a procacciars' il vitto.
Ond' egli suda, gela, e si rattrista,
E in fin degli anni alla diletta prole
Lascia miseria di virtù commista.
Che val dunque, o superb' il far parole,
E millantarvi di propizia sorte,
Se l' opre vostre sono esposte al sole?
Se in man tenete il dritto del più forte?
Rubate , assassinate ogn' uom onesto?
Vili e furfanti a voi fanno la corte?
Onde vi giova il camminar modesto,
Acciò nessun vi guardi, e nella mente
Non ridesti per voi pensier funesto.
Vedi avanzare ancor superbamente
I semidotti, che imparato avranno
Appena un cujus, o non sanno niente ;
Onde li vedi assisi in su lo scanno
Far i dottori, e schiccherare al volgo
Mille sentenze, che le bestie sanno.
Ahimè ! che invano il mio pensier rivolgo
A questa vile perfida canaglia,
E dei delitti loro invan mi dolgo.
E' il tempo, in cui soltanto la murmaglia
Degli ignoranti, dei superbi, e tristi
Fiera s' innalza, ed i vigliacchi abbaglia !
Vedi una ciurma d' ignoranti artisti
Delle bell' arti profanare il tempio;
E star Filosofia entro i Sofisti.
Poi delle leggi vedi orrendo scempio
Far gli avvocati tutti, e i magistrati,
Che fanno Astra tremar pel tristo esempio.
Vedi colà superb' innamorati
Vantar l'amore di pretesa donna ;
Cui giungono, ma indarno, i trsti piati.
Veggio superba mettersi la gonna
Quella furbetta , che le donne imita
Del Tevere, dell'Arno, e di Garonna.
Vili ! non sanno che la corta vita
Sempre trascorre, ahimè ! dentro gl' inganni,
E di lusinghe vane ancor nutrita?
Giù giù calate, o superbotti, i vanni,
Nè della sorte vi fidate assai ;
Chè nella gioia vengono gli affanni.
Sol nei dorati alberghi entrano i guai,
E della plebe, dall' umil capanna
La pace, il fido amor non fuggon mai.
Or tu che vuoi sederti in su la scranna
Per giudicar da lungi mille miglia
Con la veduta corta di una spanna.
Sappi che di Satanno infausta figlia
E' la superbia, ed il Signor discaccia
Dal core suo chi a lei si rassomiglia ;
E gli umili soltanto al seno abbraccia.
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