Visualizzazione post con etichetta tradizioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tradizioni. Mostra tutti i post

24/03/16

RITI; La Settimana Santa





la settimana Santa è , per il mondo cristiano, dedicata ai riti, avevamo già parlato dei riti in maniera generale, ora vorremmo raccontarvi i riti della settimana santa in Calabria.
Tantissimi sono i riti che in questi giorni si tengono in Calabria.
Le celebrazioni dei riti pasquali in Calabria più suggestive sono quelle che precedono il giorno di Pasqua, negli ultimi giorni della settimana Santa. La Processione dei Vattienti di Nocera Terinese, che ripropone la passione di Cristo, è uno dei Riti di Pasqua in Calabria più famosi. Un rito molto importante, suggestivo e solenne a cui prendono parte fedeli fortemente devoti. Il rito dei Vattienti di Nocera Terinese (in provincia di Catanzaro) inizia nella sera del Venerdì Santo fino alla mattina del Sabato Santo.http://www.storie.it/ditalia/lirriducibile-rito-dei-vattienti-a-nocera-terinese-i-retroscena-inediti-di-un-evento-secolare-guarda-il-video/
Secondo una tesi minoritaria questa tradizione affonderebbe le sue radici in una cerimonia di origine antichissima, praticata dai Frigi nell’Asia Minore e dedicata a una divinità chiamata Attis, la cui finalità era quella di rendere feconda la terra.
Secondo il pensiero dei più, invece, il rito dei Vattienti trae la sua origine dalla pratica dell’autoflagellazione che si diffuse a partire dal Medioevo e che ebbe essenzialmente una funzione religiosa, ossia una funzione di penitenza e di espiazione dei peccati.
All’inizio l’autoflagellazione fu praticata dai monaci soltanto all’interno dei conventi, ma in seguito anche all’esterno e progressivamente vide il coinvolgimento del popolo. Col tempo, poi, divenne non solo uno strumento per espiare i peccati, ma pure un modo per ottenere il favore di Dio e allontanare le calamità e le guerre.
Qualunque sia la sua origine, è cosa certa che il rito dei Vattienti che si svolge a Nocera abbia il fine di celebrare la flagellazione e la morte che Cristo subì per offrire a tutti la resurrezione.
Tra storia e leggenda, tra sacro e profano, la Calabria conserva e custodisce riti e tradizioni che si perdono nella notte dei tempi, sono sopravvissuti negli anni grazie a studiosi e appassionati di storia, folklore e tradizioni.
L'esempio di questa tradizione ci fa pensare alla forza della fede, che oggi non c'è più!, ma un tempo era viva e forte nel popolo Calabrese.

Possa la Santa Pasqua portare nel cuore la pace e la serenità, per vivere in maniera armoniosa in questa terra che nostro Signore volle regalarci per dimora e paradiso.
Buona Pasqua.

La Red. Blog
Resp. Piero Benincasa






11/12/15

Le tradizioni natalizie..a Bocchigliero

Articolo da noi pubblicato nel dicembre del 2012, oggi ve lo riproponiamo per leggerlo con occhi diversi.





Vogliamo, in questo periodo,ricordarvi un fantastico articolo,più di uno,sulle tradizioni natalizie a Bocchigliero,questi due articoli sono stati pubblicati da Don Giuseppe Scafoglio nel lontano 1931.Qui riportiamo integralmente gli articoli da noi ritrovati nell'archivio di "ENOTRIA".
Buone feste.
      

  
LA TRADIZIONE DELLE FESTE NATALIZIE A BOCCHIGLIERO (COSENZA)

 Tratto da: ENOTRIA 1931
di Don Giuseppe Scafoglio 1882  1936
1) La strenna di capodanno ai bambini.-Anche rispetto alle persone che ne godono, le feste natalizie a Bocchigliero sono tre: quelle di Natale vero e propio, per i nati dello stesso tetto; di Capodanno per gli estranei; dell'Epifania per le bestie.
   Il primo dell'anno è giornata di strenna: strina ricevono i bambini della strada più disinvolti, i dipendenti e specialmente i figli, in quella moneta sonante la quale, nell'anno, mai non toccano e che non può essere sostituita dai meno appezzati giocattoli, mancando, del resto, essi sul luogo.
  La strenna, specie tra il popolo, corre senza quella brutta   vecchia intermediaria, detta la Befana.
  Esseri misteriosi e fantastici con carattere più spesso di terribilità che di stupore, a Bocchigliero sono il negromante, la magara (strega), il puppu (fantasma indeterminato), il lupu mannaru (fantastica belva che corre e urla) ai quali -veramente strano- si deve aggiungere il trascurato Patrono, San Nicola, per gli occhi bovini fortemente espressivi di tutt' e due le statue.
 Con essi, ma più di casa, L 'agurìallu o monachìallu, genietto dispettoso per qualche momento, ma sempre caro, perchè foggiato sul carattere irrequieto e mutevole dei bambini di cui è, nelle vacanze dei dispetti, il familiare largitore di ogni più vistoso regalo dell 'anno.
2) E della vigilia ad ogni frotta di cantori. - La strenna, però, è regalo antimeridiano. Di diversa natura, invece, i doni, e diverse le categorie dei richiedenti della sera innanzi. Sono amici e semplici conoscenti, gruppi di ignoti magari, cui la carità non vuol discernere i tratti del viso.
   La tradizione cristiana qui si sarà sovrapposta alla pagana la quale, fra tante pazzesche invenzioni e furfanterie, aveva almeno trovato uno Zeus protettore dei forestieri e dei pellegrini.
   Per quest 'ultimi, quella sera, è sicuro un cestino di frutta ; cui si può aggiungere il vino nuovo e le fritture che vengon raccolte in bisacce a due bocche, di pelo di capra, dai fascioni chiari, che ne variano lo scuro del fondo, ovvero a linee disegnanti scacchi.
   Il dono si fa avanti la porta dove fu cantato ; ma qualche gruppetto di giovinotti più simpatico entrano fino al molto acceso focolare.
   Materia di canto, brutti versacci tradizionali ed altri più brutti dovuti improvvisare. Ad ogni persona che si individua nell'augurio, tocca la materia di un distico ripetuto. Per il capoccia, le finali di esso  saranno patrune (padrone) e cannatune  (boccale). La lingua batte, si potrebbe dire, dove l'ugula duole di arsura, non essendo il vino regalo sicuro come la frutta.
   Per la massaia, patruna si farà rimare con spurtune, anche perchè la lodata si alzerà tra breve, per ritornare con un cesto di fichi che, a Bocchigliero, a dispetto della sua altitudine di circa 900 m. ,mitigata dal Jonio, sono pregiati e abbondanti al par delle mele.
   Se la donna (madre, figlia, nuora, ecc. risentendo alla lontana della tribù, la famiglia) porta nome terminante in ina ,facile è la corrispondenza di un eguale suono, perchè le si augurerà di diventare, nientemeno che regina, non importa se, appena una volta la settimana, può concedersi un pò di carne di pecora o di non meno dura capra.
   Se nei canterini c'è timore che sfumi il beveraggio del vino, non si tarderà ad ammogliare, a gran voce, esso termine, con quello di cantina, la quale ultima parola sarà sostituita dall'altra entrata in festa, come dicono gli ecclesiastici, coi primi vespri, ossia strina, strenna. Ove poi uno degli aedi della serata vanti là dentro, il legame spirituale del battesimo o della confermazione con la massaia, altro sostantivo di fortuna sarà l'appellativo di parrina, padrina, e, per riflesso, pel capo famiglia, quello di parrinu ; buon termine d'attrazione anch'esso,per l'altro di vinu ; e  "qui potest capere, capiat ", sperando ripeteranno a lor modo, con S.Matteo, il quale, con questa battuta, si sbarazza del fastidio di aver diviso in categorie gli eunuchi.
   Fìgliu poi si accoppierà con jigliu, giglio ; sùoru, sorella, con trisùoru, tesoro ; nanna nonna, con manna, voce di ben noto liquido di pianta silana, non che liquido miracoloso delle ossa del predetto Santo Patrono : e piglierà il compagno dal morente capuddannu, ( capodanno ), nannu, nonno.
   Se poi il focolare ha il privilegio di vantare nientemeno che la " sacra fossa " - direbbe Omero - di un cavaliere, personalità di lungo metraggio, per un paesello, che tutti inchinano e temono, i versi stereotipati finiranno come nonpotrebbero meglio nel desiserio dei girovaghi, perchè al gran titolo di cavalieri si metterà a servizio di rima, una voce delle più idolatrate, bicchìeri :

                                  'M menzu ssa casa c' è 'nu bicchìeri
                                  brìnnisi fazzu a llu signor cavalieri ;

che vuol dire : in mezzo a questa casa c' è un bicchiere, brindisi faccio al signor cavaliere.
   Se la minuscola tribù è estesa fino a contare anche un chierico o prete, ( essendo raro in Calabria il prete solo, anche perchè costretto, pei servizi domestici, a non concedersi Perpetua, nome familiare, perciò, ai soli lettori dei " Promessi Sposi " ) un' assonanza, comunque stentata, si troverà, tirando in ballo paniere o panaru, il quale cercherà il corrispondente alla rozza musa, nel parolone cardinale.
   Pure lo scrivente, se ne va a casa in detti giorni, non corre pericolo di esser dimenticato, benchè in mezzo a famiglia piuttosto numerosa. Per lui, del facile distico rimerà a capello, don Peppinu, sempre con quel benedetto vinu ; mentre i vogliosi di apparire meglio informati delle occupazioni del festeggiato, cambieranno paragone anteponendo alla voce del liquido rubino o del meno apprezzato bianco, qualcosa di solido e astratto :

                                 'M mìenzu ssa casa c' è 'nu piatto 'è bon core,
                                 brìnnisi fazzu a don Perrinu 'u prufessore. 

I cucupi. -Il canto però, non si spande solo ; essendo accompagnato da un suono tutto caratteristico, che un improvvisato e facile strumento sprigiona. Basta possedere una marmitta, una boìte, un recipiebte qualsiasi vuoto, coperto da una pelle di tamburo bagnata di fresco e distesa e lagata intorno alla bocca, nel centro della quale stia ritta una cannuccia senza nodi, per estremità avvolta, anch'essa, nel mezzo della pelle cui sia non meno saldamente legata.
   Ora facendo andare su e giù la bacchetta con la destra umida di sputo e chiusa attorno a essa, e tenendo ben fermo sotto l'ascella sinistra il grottesco apparecchio, si ricava cupo come la sovrastante notte, monotono e burlesco, un suono.
   dall'aggettivo cupu o vuoto, una parola onomatopeica lo designa a Bocchigliero col nome di cupicupi, e in Campania con quello di putipù. Sul contrafforte dell'Arenzana, a Bocchigliero, cioè si adopera nelle sole feste natalizie o meglio, col calar delle tenebre della vigilia di capodanno; ricorrenza, tra le altre, più animata.
   Porta quel coso, il vantaggio della pronta costruzione e della nessuna spesa anche da parte dei bambini che, quanto a recipiente,se ne forniscono, asportando i bricchi alle cucine.
   Potrebbe servire la pastorale cornamusa; ma questa ha funzioni assegnate nelle ninne nanne e negli ozi degli idilli campestri;mentre per la ricorrenza chiassosa di cui è parola, un apparecchio grottesco prima a vedere, poi a sentire, è meglio indicato.
   Nell'oscurità del freddo solstizio, in serate le più adatte a racconti di millenaria canizie, altri dolci, altri spaventosi, con la fantasia piena di agurìalli, monachìelli e lupi mannari, col ricordo di magi misteriosi di più misteriose contrade, il cavernoso rumore ora più ora meno forte, ma sempre monotono e spezzato, quasi a burleschi singulti, e inteso appena una volta ogni tredici lune, con comitive egualmente annuali, e col canto a ritmo lento e melodico però, sostituisce senza rimpianti quanto di meglio non si sente e vede; sebbene, con le frotte più civili, comincia a essere scacciato da qualche violino, mandolino e chitarra francese in accompagnamento.
   La comitiva meglio ospitata.- Dopo cena giunge invece, qualche frotta che merita o pretende maggiori attenzioni. Le altre comitive furono contentate piuttosto in fretta; con l'ultima, si è più espansivi, giacchè con essa vorrà indugiare la famiglia, la quale, non avvezza a perder tempo utile di questa buona occasione, nell'ambito caldo e festante della civitas domestica, fuori della quale è l'orrido della notte lunga nella sua prima vigilia.
   Per questi amici o buontemponi di sesso esclusivamente maschile, si porta innanzi quanto di meglio si possiede; chè l'occasione, se si presta a gradire gli estranei, anche ai padroni offre di ostentare la propria agiatezza.
   Col buon cuore per gli altri, secondo il detto :
                                     Pe l 'amici jette la casa  ' n terra
                                    ( per gli amici getta a terra la casa, dilapida),
e il forte amor proprio, solleticato a ben figurare, vengono avanti le migliori ceste di frutta di alta collina che, nella giornata furon sottratte alla leggera protezione delle felci avvizzite e polverose dello stramatu (solaio) ; e poi, i dolci paesani di casa propria, tra cui quello a basa di miele d'uva, accennato nel penultimo articolo, e i torroni di larga e piatta scatola di Reggio e della Sicilia ; dopo avere,  però, dato esca all'arsura con le non meno riposte sopprassate, gareggianti in grossezza di lacrime col vicino granello bruno e forte del torrido tropico, il quale vi fu sparso abbondante e intero ;e serbando alle esplosioni di meraviglia e alle frequenti oscillazione dell'ugola il capeccùollu, (in Romagna detto coppa), che si ammucchia, in dischi rosati e carichi di intenso profumo ; e il massiccio prosciutto, infine, che la generosità ospitale presenta spesso omericamente intero per la consolazione di vederlo attaccato nella sua stessa base, e poi affondato nel vino ardente .
   Con le visite rare, la cordialità è in proporzione. Il galateo, quanto a visite nelle famiglie, è chiaro :
                                   Si vu' sedire duve sede issu,
                                  (se vuoi sedere dove siede lui)
                                   ' U ' nci jire allu spissu.
                                   (non andarci spesso)
   E la comitiva che questo sa ed à osservato nell'anno, per la letizia raggiante su tutti i volti, il grosso e chiassoso numero che meglio affranca ad ogni residuo di soggezione, e la stagione e l'ora tenenti bordone, non perde davvero tempo a rinfrancar gli spiriti con cibi e bevande prima, a non voler restare in cervello poi.
   A serata conclusa, infatti, diventano otri capaci ; rubicondi sguatteri che abbiano soffiato sul fuoco, secondo il motto che s'indirizza a una spugna di bevitore :
                                    Pari ca ha ' jujatu 'u fuocu!
                                    (sembra che tu abbia soffiato sul fuoco)
automi così 'ntorganati (empiti) e 'ntatarati (pieni di feccia) ; in possesso inalienabile di certe spatrunate (sbornie) che, per lo sbilancio delle some, li fan procedere verso le rispettive dimore, con la balbuzie scesa, diciamo così, dalla lingua  alle gambe in modo da scambiarli per un gruppo di torri pendenti.
   5.  Il pranzo e il tripudio della vigilia di Natale a sera.
Ultima delle tre, l'Epifania, la seconda festa intima della famiglia la quale, volentieri, vi associa i suoi schiavi e fidi compagni di presepe.
   E la festa, più che il giorno dell'apparizione del signore, cade la vigilia a sera, come per il Natale.
 Mentre nell' Italia settendrionale, la vigilia di Natale sguscia monotona e incolore come una qualsiasi serata d'inverno, in
                               "quel corno d 'Ausonia, che s' imborga
                                 Di Bari, di Gaeta e di Crotona,
                                 Da dove Tronto e Verde in mare sgorga",
è tutt' altro sentire.
   Senza sconfinar dalle prescrizioni della Chiesa, la sera della vigilia è solennissima per tripudio di cuori e per imbottimento dell' epa.
   A mezzodì si cenò, parcamente sulle once rituali; ma, sin dalla mattinata,e , con accellerata lena nel pomeriggio, si fu, più o meno tutti in faccende per le due ecatombidella tavola del ventiquattro a sera e del mezzo corso solare del dì seguente.
   Avvine ciò per maggiore simpatia alla vigilia, secucente più della festa, secondo il gusto leopardiano? O è abitudine di popolazioni già governate dalle tre effe borboniche, di cui la prima e seconda sono sigle di festa e farina?
   La spiegazione è ineve quest'altra, forse, che il culto intenso del focolare, più che mai, in occasioni tanto solenni, concilia gli animi ad un'esplosione d'intima gioia tra le sue tre volte sante pareti, rischiarate dalle alte lingue della buona e bella legna, cercata talora personalmente nel proprio bosco, e fatte liete dal supersite Lare, l'Agurìellu o Monachìellu, sul quale si solleva,  vincitore, Gesù, Lui pure bambino.
   La sera del ventiquattro, dunque, si mangia e si beve, come suol dirsi, a trippa strazzata, da lacerarne il ventricolo; e poi, si torna a mangiucchiare e a sorseggiare, giocando a tavola anche, provocando fragori di petardi e di fuciferre o cacafùochi (vecchi fucili) fino al suono dei sacri bronzi i quali, avvertono che, a mezza notte in punto, occorre lasciar digiuno il corpo a quanti, passeranno, poco dopo, al cibo della mistica mensa.
  6. E il tripudio e le leggende di quella dell' Epifania.
Similmente nell'Epifania, ore più belle, quella della sera innanzi, anche per il fatto che gli uomini, meno gravati da cure o frenati nel girovagare, restan coi propri in più lunga dimora, non soffrendo queste adunate le abituali assenze di nessun componente, proprio come la messa convertuale cui deve assistere tutta una comunità, ogni mattina.

   Bella e gentile la serata del 5 gennaio, per il senso di pietà che accosta più del consueto, i padroni alle proprie bestie, remunerative ogni giorno e buone : il bue col giro degli occhi pazienti e la forza dei muscoli, per esagerazione di bontà, portati fino alle corna; l'asinello adatto non sai se più alla soma del peso o a quello delle bastonate ; la gallina largitrice di attesi botticini di bianco e di rosso, in ricambio del pugno di granoturco gettatole in anticipo ; il cane infamato per un' ingordigia emula, se non minore, di quella dell'uomo, suo padrone, dal quale nemmeno i crampi per fame, riescono ad allontanare ; il gatto per l'attaccamento alla casa, anche se fraintende a crederla tutta sua. Buon diavoli tutti, tranne nella loro notte privilegiata di cui si avvantaggiano senza riserve ad essi nocive.
   Se l'avarizia altrui, anche in quella solenne ricorrenza, non tien conto dello scrupoloso servizio annuale prestato, con offerte di cibo scelto e abbondante, scioperano e diventano incendiari o spartachiani. Ripresa, magicamente la natura selvaggia di cui si spogliarono a tutto beneficio dell'uomo, sgroppano fin l'ultimo rimasuglio di domesticità, e, sollevati all'altezza degli umani nel dono di improvvisa chiara favella, - esiziale agli uomini ascoltare - concertano l'imminente morte dei tiranni.
   E perchè il gran diritto di quelle ore contate non scada, ne profittano per quello che di meglio san fare : un viaggio nelle selve per apprestare, pel mattino seguente, - a sterminio di tutta la famiglia - gli assi occorrenti dei quali si caricheranno in quella notte doppiamente nera.
   Sarà, intanto, per la schiena di tutti quella fatica? Si capiscono l'asino e il bue, nati a quei trasporti ; si posson comprendere anche i lanigeri animali minori i quali, se avvinti a due e a tre, come quelli dell'uccellato Polifemo, posson cavarsela per le assi leggiere dei bambini ; ma, come intendere, fuori del pollaio e della cucina, l'utilità dei piccoli compagni, del gallo, per esempio?
   Se pensiamo, però, a Tirteo che, pur minorato, valeva benel'oplite dorico più gagliardo, il dubbio s'acquieta.
   I padroni tirchi, al vaglio di tanto pericolo,piegano il capo accostandosi con colme misure e lieto volto,per accingersi dopo, alla più lieta fatica della propria nutrizione o satollamento che sia, non senza ricordarsi, negli allegri parlari, degli schiavi di casa.
   Come in agosto e in novembre scendono dal cielo piogge di stelle filanti, la sera del 5 gennaio sono i focolari caldi e affollati che mandano in senso inverso i guizzi delle sbrigliate fantasie, in quanto le famiglie ci tengono a lasciare nell'invisibile libro dei ricordi, la buona memoria dell'occasione fuggente.
   E' la sera dei piccini in particolare, a cui mpùnnanu u pane ( inzuppano il pane) volentieri anche gli adulti. Di solito è il più vecchio a esser creduto.
   Per venire alla conclusione che il bue e l'asinello fecero quanto mai opportuna compagnia al Re del mondo umiliato nel presepe, comincia col ricordare, a sua volta, l'avo il quale 
                                       ....nel parlar soleva inducere
                                       i tempi antichi, quando i buoi parlavano
                                       chè ' l Ciel più grande allor solea producere.
 E' la festa dei desideri inappagabili che, sotto la guida della speranza, dea necessaria, si vogliono vedere in un sogno ad occhi aperti. I corsi d'acqua i quali, accessibili a tutti, precipitano per inalterata vicenda, dai dirupati recessi alle ampie pianure, si spassano, le folle di sognare, una sera nell'anno, cangiati per opera d'incanto, nei liquidi necessari e costosi : l'olio, il latte, il vino, il miele :altrettanto dicasi delle vigne nel gran pavese di una seconda vendemmia, e del pane, per cui l'umanità ingaggia battaglie.
   Questo vitale nutrimento giornaliero, nella notte dei prodigi, lavorano le più affusolate e delicate mani di eteree fanciulle, lassù, sopra le nuvole a cumuli bianchi. Ma la località privilegiata è, per quella volta, anche in terra e così vicina, che, allontanandosi di qualche lega, con quel freddo cane, se ne può aspirare la fragranza e indovinare l'oro del colore e il suono della freschezza.
   Che più? I dami coraggiosi possono andare a intrecciar dolci nodi di durevole amore con quelle gentili creature.
   Si sogna oggi in Calabria e fuori; si sognò con eguale avidità decine e decine di secoli dietro. Il millantatore dei Turiopersi rappresentava comicamente la strordinaria fertilità della terra di Turii, grazie al Crati fluitante grossi pani che la corrente - oh! meraviglia! - impastava da sè ; e gli faceva pendant il Sibari, con rigurgitanti rivoli di seppie arrosto, acciughe, gamberi, fritti, umidi, salsicce : cuccagna fatta più vasta dall'etere generoso che lasciava cadere non solo intorno e non più lontano dai piedi, ma in bocca, arrosti e pan buffetto.
   O pane dalle millanta battaglie, che col vino riempite di voi le mense domestiche e sacerdotali, se veniste modicamente abbondanti per davvero e per tutti !
  

03/11/15

AUTUNNO in FESTA




Anche quest'anno il borgo di Bocchigliero si è animato,  dando vita alla seconda edizione di "AUTUNNO in FESTA, purtroppo l'allerta meteo ha rovinato un po la festa, ma andiamo con ordine.
Tutto era pronto, anche gli stand che avrebbero dovuto essere allestiti a P.zza Arento e lungo via Roma, ma il meteo non ha concesso tregua, così l'Amministrazione, in accordo con le Associazioni, ha deciso di fare solo quelle cose che si son potute fare al coperto.
L'incontro dell'Amministrazione con i cittadini si è regolarmente tenuto nei locali della Casermaccia, Sabato 31 Ottobre alle ore 16,30, poi,
Domenica, si è tenuto un pranzo, con piatti tradizionali, e poi nel pomeriggio, sempre al coperto, si sono fatti i "fritti", ciambelle tipiche del paese, infine dopo tutto questo, se pur solo gli organizzatori, si è dato vita ad una cena di commiato e un sincero arrivederci,
Molte volte, d'inverno, il meteo rovina le giornate di festa, di questo non ci preoccupiamo, ma bensì la nostra lamentela va verso chi ancora non comprende lo spirito di tale iniziative, che oltre a voler essere un momento conviviale, voglio esprimere, con forza, la necessità di non far perdere tutte quelle tradizioni che i nostri padri ci hanno consegnato.
Noi siamo qui come baluardo a difesa della lingua madre, il dialetto e di tutte le tradizioni culinarie che arricchiscono la nostra vita.
Ma non solo, vorremmo che qui si capisse, con chiarezza cristallina, che noi non intendiamo altro,
che miriamo al bene comune, alla rinascita del nostro borgo, con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione.
Qui un plauso va all'Amministrazione, che sposa in pieno il progetto culturale e di crescita che le coscienze devono fare, c'è necessità che cresca la coscienza Associativa no-Profit, che
possa fare da volano per il futuro.
Manca, a nostro avviso, un vero confronto mirato, dove si possa mettere sul tappeto tutte le forze e le idee, per dar vita ad una palestra che possa tonificare e far crescere le nostre coscienze, in totale sinergia con le Associazioni e le Istituzioni.
Un tempo si viveva con elementi rituali tramandati, con usanze le cui origini si perdono nella notte dei tempi,
Oggi nell'era della tecnologia, dove è semplice comunicare virtualmente, è meno facile comprendersi e avere delle linee comuni.
Riuscire a seminare la cultura delle tradizioni è certamente arduo, ma non impossibile, ambizioso come traguardo, ma non irraggiungibile.
Abbiamo una smodata necessità di dialogare e confrontarci per poter partorire il futuro.



18/01/14

Dialettando e oltre



Giornata del dialetto e delle lingue locali, promossa dall'ANPLI, Associazione Nazionale Pro-loco Italiane. Anche nel piccolo borgo di Bocchigliero(cs), si è celebrato un momento per non far disperdere un patrimonio culturale che sta scomparendo; il dialetto. Diversi interventi si sono susseguiti durante la serata, dopo l'introduzione e le motivazioni della giornata, è intervenuto l'insegnante elementare in pensione Prof. Ludovico Aurea, autore di un vocabolario in dialetto e un libro di proverbi e dittati bocchiglieresi. Il suo intervento è stato ascoltato con attenzione e coinvolgimento dei presenti, che sono intervenuti, e da questo è nato un bellissimo scambio di opinioni sulla lingua dei nostri padri, sulle parole scomparse e che solo le persone più anziane ricordano appena . Poi è stata la volta dell'artista Domenico Fontana, che nelle sue ricerche storiche spesso si è trovato difronte al dialetto, che è una lingua vera, genuina e alcuni termini quasi
intraducibili, "'U baffuto", l'artista di Bocchigliero, che gestisce anche un blog, http://bocchiglieropro.blogspot.it/, e si occupa di storia del territorio e in particolare di Bocchigliero, e delle sue misteriose origini. Poi  la platea è intervenuta,chiedendo a gran voce di ricostituire la  Pro-Loco, che serve al paese per creare veri momenti aggregativi e può essere un mezzo per rivalutare quello che di buono è rimasto nel territorio, cercando di tenere ben lontana la politica, che ha fatto solo danni al territorio, al paese e ai bocchiglieresi.. La discussione si è prolungata e non siamo riusciti a leggere neanche una delle quattro poesie in dialetto che avevamo preparato. Un grazie speciale a tutti gli intervenuti, a chi crede che il passato non vada dimenticato e a chi crede ad un futuro per questo remoto borgo calabro. Vi riportiamo qui di seguito una delle poesie che avremmo dovuto recitare, dedicata a Bocchigliero.

                                                                  'U PAISE MIU                  

Sta 'ncavarcatu subba 'nu cristune,
cumu 'nu vìekkju subba 'na sumera,
'stu paìsiallu dduve sugnu natu
tant'anni arrieri.
Arento si chiamave 'ntiepi antichi,
mò cumu Vucchiglieri è ccanusciutu.
E pini e cerze e dde castagne antiche
ha 'nna curuna.
Cca, 'ntra 'nu campusantu pittirillu,
guardati e 'nu cipressu giuvanìallu
dduv'u cardillu cante e ffa llu nidu,
dormanu i miji.
'A gghiazza, ch'è 'ntru 'mmìenzu e du paise
è ccumu 'nu salotto 'ntra 'na casa
dduve si parre e stanu sempre 'nzema
picculi e ranni.
Cca si vide ll'amicu ccu ll'amicu,
cca si parre dde caccia e dde pallone,
cca si fanu cuntratti e ssi cunkjude
e cca... Si campe!.

Tratta da "Liriche in vernacolo calabrese" di Emilio Benincasa
Pellegrini Editore   1981

23/08/13

C'era una volta...

P.zza del Popolo  qualche anno fa.
Tanto tempo fa esistevano altri valori, altri uomini, altre condizioni economiche che oggi pochi ricordano. Siamo qua a ricordarle, con un lavoro che ormai ha più di tre anni, lavoro che è iniziato per una ricerca di un grande personaggio sconosciuto ai più: Don Giuseppe Scafoglio. Tutti citano i suoi scritti, portano il suo nome come chi ha dato lustro a questo sperduto borgo nel finire degli anni venti; Bocchigliero che diede i natali a Don Giuseppe Scafoglio nel 1882 il 6 Giugno.  Anche quest'anno il nostro personaggio è stato citato più volte, ma è stato citato anche in una prefazione di un opuscolo che presenta la mostra,  ancora aperta a Bocchigliero. Hanno esposto bravi e giovani talenti, con opere di ottimo livello artistico, che esprimono emozioni e sensazioni che le parole non riuscirebbero a fare. Bravi, e che possa essere la prima di una lunga serie di espressioni artistico-culturali che si terranno a Bocchigliero. Abbiamo certezza che nascerà una piccola compagnia teatrale che lavorerà con ragazzi e ragazze del  luogo. Non  solo, nel mese di Agosto....
Ma torniamo a chi potrebbe far conoscere, bene, il nostro Scafoglio. Certamente l'Amministrazione Comunale, che potrebbe e dovrebbe intitolargli una via, una piazza, una sala del comune o ancora una mnemoteca, che manca a Bocchigliero. Almeno chiediamo di correggere la sua lapide al cimitero, perchè la data di morte è sbagliata. Noi, con mille difficoltà, stiamo portando avanti il progetto dei "Quaderni" sul Sostantivo Calabrese. Stiamo aspettando una prefazione importante e poi verranno pubblicati.
non abbiamo dubbi sull'importanza del lavoro svolto da tutta la nostra redazione, che è riuscita a raccogliere quasi tutti gli scritti di questo bocchiglierese quasi sconosciuto. Vogliamo augurarci che a breve qualche cosa si muova, credo, è ne ho certezza. che l'Amministrazione, ed il Sindaco credano in questo progetto, che potrà dare nuova linfa al borgo, ed essere ricordato lontano. Tutto sembra coincidere, apprezziamo tanto la massima disponibilità da parte delle Istituzioni locali, che sono, e spesso si perdono, il volano e il crogiolo del futuro., stiamo apprezzando e ricevendo complimenti e gratificazioni, abbiamo necessità di atti concreti che possano creare quelle giuste sinergie per poter operare nella massima trasparenza e serenità....e non Oltre.
Unica foto di Don Giuseppe Scafoglio.
Chiesa di S.Rocco

20/04/11

FOLKLORE



Panoramica del rione "destra" di Bocchigliero
 Molti anni fa, esattamenta qualche anno prima della processione vivente, su un giornale, a diffusione regionale,
 veniva pubblicato un articolo sul Venerdì Santo a Bocchigliero.


                                          CALABRIA
                           
                            "Un suo angolo e il suo folklore"


                             Il Venerdì Santo a Bocchigliero
 
Sul lago Cecita, a 12 chilometri a nord est di Camigliatello Silano, si imbocca la statale 282 per la Fossiata. Qui un segnale indica Bocchigliero a 29 km. La strada è una delle più belle di tutta la Sila, con un fondo solido e scorrevole.Si snoda nel cuore dell'altopiano Silano,attraverso pinete di un verde senza pari e vallate silenziose e antiche che invitano al riposo e danno libero sfogo alla fantasia.E' facile,infatti,in queste vallate a mò d'anfiteatro naturale,vedere gli antichi Bruzi affrondare gli Osci o i vicini Morgeti,oppure vederli cariche di bottino razziato alla potente Sibari o alla piu antica Crotone,qui' rifuggiarsi.
Sono vallate che osservate,ad esempio,da Pettina Scura o da Isco Serrato lasciano senza respiro anche chi é avvezzo a simili spettacoli.Dopo questa passeggiata,tra tanto verde,tanta storia e tanta pace si arriva a Bocchigliero,costruita sui resti di Arento,città Bruzia.Si stende sul dorsale di una delle ultime propagine della sila...area e clima sono migliorati dalle splendida è lussureggiante vegetazione di castagne e di querce che incorniciano l'abitato di un verde intenso dove l'occhio riposa.
E' qui che ogni anno,nel pomeriggio del Venerdi Santo,dalle chiesa madre,esce la processione preceduta dal Cristo  vivente: un uomo vestito con una tunica rossa,con una corona di spine sul capo e con sullle spalle una voluminosa croce di legno. Vieni sospinto lungo la Via Crucis dai Giudei,vestiti con tuniche bianche e armati di picche,di spade,di lancie e di attrezzi atti alla crocefissione.
L'uomo che porta la Croce ha nome Saverio,come Saverio si chiamavano tutti coloro che lo hanno preceduto.
L'intera popolazione con devozione antica,segue il Cristo Vivente per le strade,intonando inni sacri. E' raro vedere tanta maestria quanto il Cristo ne impiega a portare la grande croce e nel cadere sotto di essa la prima, la seconda e specialmente la terza volta.
Curvo sotto la croce nera, affronda le vie del paese tra due ali di folla.Vieni spinto da Giudei che insistono sulla croce, le cui spinte fanno roteare il Cristo che stenda a reggersi in piedi, ai posti obbligati che sono segnati da una grossa e vecchia croce di legno, é una spinta piu forte che lo fa cadere, dopo una serie di sbandate e la perdita dell'equilibrio.Il Cristo è seguito da una bella statua di Madonna vestita a lutto, l'Addolorata con tanta mestizia sul suo volto espressivo da commuovere. La statua è portata a spalle da donne che vestite con abito da "Addolorata" incantano (pagano per portare la statua)fino a quanto un "incanto" superiore non venga a sostituirle.
Altre statue seguono portate a spalle con lo stesso sistema dell'Addolorata.
Le statue sono seguite dall'intera popolazione,mentre il Cristo,di tappa in tappa,segue la sua Via Crucis. Lungo il faticoso cammino viene asciugato dalla Veronica e aiutati dal Cireneo.
E' un  sollievo per il Cristo che viene liberato dalla grande e pesante croce per circa 15 min.
Intanto si avvicina il crepuscolo e si accentono grosse torce che fannno luce a questa meravigliosa sciera che all'unisono intona il "Sono stata io l'ingrato o mio Dio perdono e pieta".

Tratto da "L'informatore Calabrese"  Marzo 1976

22/12/10

Santo Natale 2010

BUON NATALE.., è quasi banale dirlo oggi con il significato di un tempo, oggi è Natale se c'è il regalo più ambito, se si sfoggia più del vicino o si fà l'addobbo più bello,dimenticando tutto quello che il Natale nasconde sotto l'alone di episodi come la natività e il perigrinare da un posto all'altro per partorire e poi, Maria, stanca e alla fine della sua gravidanza, sarà una umile e fredda grotta scaldata solo dal un bue e un asinello, che l'accoglieranno per l'evento che cambierà per sempre il destino dell'uomo; la nascita del Signore Gesù che per i peccati dell'uomo si farà crocifiggere. Anche la nostra esistenza è fatta da mille e più sacrifici e rinunce, a volte anche fatta da semplici e piccoli piaceri, come quello di donare agli altri per ricevere; un sorriso,una sensazione mista ad emozione o ancora un semplice  grazie, noi senza troppi fronzoli vogliamo augurare a voi tutti la nascita di una nuova coscenza spirituale e culturare che possa donarci la chiave della serenità........sincero e sereno Santo Natale a tutti i Cristiani della nostra Madre Terra.

13/12/10

13 Dicembre S. Lucia 2012


Riproponiamo un vecchio post, ma attuale e certamente gradito ai più, ci scusiamo per non essere molto presenti, ma a breve capirete il perchè. Buona lettura.



Che Siracusa sia stata colpita da una grave carestia nel 1646, durante la dominazione spagnola, è storia. Che nella disperazione del momento sia giunta una nave carica di frumento e che questa circostanza sia stata ritenuta un miracolo, è possibile. Certo è, però, che da quel momento alla devozione per Santa Lucia è stato associato l'uso del mangiare la cuccia il 13 dicembre di ogni anno. Il nome "cuccia" può derivare dal sostantivo "cocciu", chicco, o dal verbo "cucciari", cioè mangiare un chicco alla volta. La tradizione vuole che questo dolce sia distribuito a famigliari, amici e vicini di casa. Le briciole si lasciano su tetti per essere catturate dagli uccellini. Altri paesi del sud dell'Italia hanno questa tradizione ormai quasi in disuso ma non a BOCCHIGLIERO che ancora, ieri 12 Dicembre, molti delle persone rimaste, per continuare una millenaria tradizione hanno reparato "la cuccia" che a Bocchigliero si fà con il grano e il mosto cotto, e non vi nascondo che ieri ne ho gustato un piatto intero..... gustosissima e oltre. La leggenda racconta di un miraco che S.Lucia  fece ma questa è la storia mista a legggenda                                               Nacque a Siracusa, ma non si conosce con certezza la data. La sua vita d'altra parte è intessuta di elementi leggendari, che stanno a testimoniare l'enorme venerazione di cui la santa ha goduto e gode.




La sua passio afferma che Lucia subì il martirio sotto Diocleziano, per cui si è voluto fissare la data di nascita al 283. Il più antico documento che la riguarda è un'iscrizione del V secolo in cui si parla di una certa Euskia, morta il giorno "della mia patrona Lucia".



Secondo la passio la giovane apparteneva a una ricca famiglia siracusana, promessa sposa a un pagano. Per una malattia della madre compì un viaggio a Catania, per visitare il sepolcro di S. Agata, sul quale pronunciò il voto di conservare la verginità. Distribuì perciò i beni ai poveri e rinunciò al matrimonio. Arrestata su denuncia del fidanzato, fu sottoposta a diverse torture: condotta in un lupanare, trascinata da una coppia di buoi, cosparsa di pece bollente, posta sulla brace ardente. Per sfuggire al carnefice si strappo gli occhi. Solo dopo questi tremendi tormenti cadde sfinita e morì. Le sue ossa non si trovano a Siracusa in quanto, come pare, trafugate dai bizantini, Furono portate a Costantinopoli, da dove furono saccheggiate dai Veneziani.



L'iconografia risente fortemente dell'episodio dello strappo volontario degli occhi in quanto la santa è raffigurata con una tazza in mano su cui sono posti gli occhi. Altri attributi possono essere una spada oppure anche una tazza da cui esce una fiamma. A Siracusa le stampe popolari riproducono la santa su un fercolo d'argento, con un mazzo di spighe in mano, la tazza con gli occhi e un pugnale conficcato in gola. La sua festa cade il 13 dicembre. Prima dell'introduzione del calendario moderno (1580) si celebrava il 21 dicembre il giorno del solstizio invernale, da cui il detto "S. Lucia il giorno più corto che ci sia". La festa è caratterizzata da pratiche devozionali di tipo magico-esorcistico e solare-agrario. Si confezionano in questo giorno pani a forma di occhi che, benedetti, si mangiano con lo scopo di preservarsi da malattie oculari. A lei si offrono anche ex voto d'argento a forma di occhi, che vengono appesi sulla "vara" il giorno della festa. I fuochi accesi la vigilia della festa sono l'indicazione più evidente che ci troviamo in presenza di rituali Festivi legati al trapasso stagionale più delicato dell'anno, col progressivo scemare della luce, per cui occorre esorcizzare, il pericolo del non ritorno della luce. La Santa è stata più volte messa in relazione con la dea greca Demetra o con la romana Cerere, i cui attributi principali erano il mazzo di spighe e la fiaccola. I fedeli recano come offerta frumento bollito, cibo cerimoniale che veniva consumato anche nei misteri della dea greca. "Luce degli occhi, della vista", "luce del mondo", "luce cosmica": le espressioni rivelano non solo una chiara simbologia spirituale di grandissima intensità, ma soprattutto quella visione cosmologica delle civiltà passate e delle moderne culture contadine in cui s'alternano luce e notte, vita e morte, in un percorso che nella sua circolarità e garanzia di un eterno fluire e ritornare delle cose: l'eternel retourn, come direbbe                                         M. Eliade   http://it.wikipedia.org/wiki/Mircea_Eliade                         . Per saperne di più sulla chiesa di S. Lucia alla Badia   http://www.galleriaroma.it/Siracusa/Monumenti/Chiese%20Aperte%20al%20culto/Chiesa%20di%20S%20Lucia%20Alla%20Badia.htm